Una signora di una certa età

febbraio 1st, 2012

- Che pompata!

Carlazzo faceva irruzione nel bar col suo solito urlo di battaglia per gettarsi sulla ciotola delle noccioline, infilarci la mano dentro, riempirsi la bocca e sparire in bagno. Ne usciva pochi attimi dopo, visibilmente rilassato e con aria soddisfatta per immergere nuovamente la sua mano nella scodella delle arachidi. Se le sarà lavate mi chiedo? Che ricordo ancora il corso HACCP. Ci avevano spiegato, tra le altre cose, che i prodotti non si lasciano sul bancone o sui tavoli permettendo che i clienti si servano da soli, ma andrebbero invece serviti uno alla volta. Per rafforzare il concetto l’istruttore ci raccontò che a seguito di esami batteriologici a campione su arachidi e simili erano state trovate oltre alle ovvie tracce di urina anche quelle, meno ovvie, di sperma. I compagni del corso erano per lo più pensionati alle prese col volontariato nella pizzeria del proprio circolo Arci. Lo sbalordimento fu notevole. Il mio nuovo collega Macina, alla fine della lezione, era visibilmente provato.

- Ma allora un si po’ fa nulla? O come si fa? Ma che l’hai sentito?

Temevo che dal giorno dopo cominciasse a lavare i panini con la varichina. Tentai di rassicurarlo dicendogli che l’istruttore ci stava spiegando come andrebbero fatte le cose, ma che noi poi ovviamente avremmo dovuto fare come ci veniva detto di fare. Quindi se quella ciotola di noccioline andava messa sul bancone, noi avremmo dovuto continuare a mettercela. E comunque i buffet sono delle orge di batteri, pensateci mentre sorseggiate il prossimo aperitivo.

Mentre pensavo a queste cose, Carlazzo aveva già ripreso a ruminare noccioline al bancone del bar dove si era avvicinato pure Oggettino.

Oggettino doveva il suo soprannome, del quale ovviamente non è a conoscenza, proprio a Carlazzo. Qualche anno fa infatti aveva cominciato a frequentare la sala da ballo. Unico adolescente in mezzo ai pensionati. Un adolescente dall’identità sessuale un po’ incerta. Quel soprannome se lo era “guadagnato” perché oltre a ballare il liscio con persone di sessanta anni più grandi di lui usava indossare accessori femminili e parlare e gesticolare come una delle signore con cui ballava. Carlazzo lo aveva chiamato Oggettino perché probabilmente c’aveva messo gli occhi addosso e continua a chiamarlo così anche se oggi Oggettino è alto un metro e novanta.

Oltre a crescere in altezza in breve tempo era passato dagli accessori, ai vestiti, poi le scarpe col tacco ed il trucco, a parlare di se stesso al femminile, ad usare il bagno delle donne. Le signore del liscio nel frattempo lo hanno in qualche modo adottato, forse anche perché si veste e si comporta proprio come una donna della loro età. Lo portano a ballare, gli prendono da bere e lo soccorrono quando finge un malore. Gli uomini invece sono molto più imbarazzati. Quando Oggettino rivolge la parola a qualcuno di loro, gli puoi vedere il terrore negli occhi. Di solito per tentare di sentirsi più a loro agio cercano rifugio proprio nella figura del barista, cercano complicità con lo sguardo o con qualche battuta idiota, ma quel rifugio non lo trovano mai e restano soli col loro imbarazzo.

Ora Carlazzo lo stava guardando con quel suo solito sorriso e l’occhio lucido di quando sta pensando qualcosa che lo fa divertire, e non dovemmo aspettare molto per scoprire a cos’era.

- Che ti garba questo ragazzo? – Gli disse infatti poche noccioline dopo, indicandogli Tommaso, laureato in lettere, dottore di storia del teatro, aspirante tecnico radiologo e barbetta da intellettuale, che stava dietro al bancone.

- … – Oggettino era titubante, Carlazzo pensò bene quindi di passare al livello successivo senza attendere la risposta.

- Ma una pompa che gliela faresti?

- Oioi! O che sono cose da chiedere a una signora? – Questa volta Oggettino rispose, sorridendo e agitandosi imbarazzato – O che sono cose da chiedere a una signora di una certa età?

Cacciatori e sesso anale

gennaio 13th, 2012

I bar come questo sono gli ultimi avamposti di un mondo che non c’è più. Ne sono un esempio i cacciatori del paese che usano ancora trovarsi qui prima di partire per le loro battute di caccia. L’età media è più o meno la stessa della sala d’aspetto del vostro medico di famiglia, solo che sono tutti vestiti di verde e marrone. Hanno i fucili, ma passano più tempo a chiacchierare che a sparare. Devo ancora capire perché si ritrovino alle 6 del mattino per poi uscire dal bar alle 9. Comunque il fatto è che sono sempre meno, e sempre più vecchi.

Non è che non ci provino a coinvolgere le nuove generazioni. Dopo aver fallito con i figli, adesso si concentrano con i nipoti. D’altra parte hanno più tempo a disposizione da passarci insieme di quello che ne avevano per i loro figli.

E proprio di questo stavano parlando. La conversazione era animata, anche se il manipolo di cacciatori (più qualche intruso), si era appostato in un angolo poco in vista del bar, quasi non volessero far sentire quello di cui stavano parlando.

Il più esagitato era un vecchio cacciatore con la faccia sempre un po’ paonazza, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, il labbro inferiore sporgente, i capelli grigi solo ai lati della testa e dai modi sempre poco garbati. Non si capacitava di come non fosse possibile tramandare questa “nobile” pratica ai propri nipoti a causa dell’attivismo delle mamme.

“Come tu fai?! Io ci provo, tutti ci provano. Loro ci verrebbero anche poi però tornano le su mamme e cominciano a dirgli non si spara agli uccellini, ma lo sai che i nonno ammazza gli animali del bosco, questo non si fa, questo non va bene…  Però maremma maiala quando se lo fanno mettere nel buco del culo da il su omo, quello no, quello non è poco bono!”

Mentre cercavo di capire il legame tra la caccia ed il sesso anale e provavo a figurarmi una mamma che dicesse al proprio figlio che non si spara agli animali e non ce lo si fa mettere nel culo per divertimento, l’adunanza si era sciolta e la sentenza era stata emessa: se non ci saranno più cacciatori sarà per colpa delle mamme a cui piace il sesso anale.

Tazze & Tazzine

gennaio 5th, 2012

Sparviero si era appoggiato al bancone e dopo aver pensato un po’ a cosa prendere ordinò un caffè macchiato a Tommaso.

Un caffè macchiato di solito lo si può prendere sia in tazza grande che in tazza piccola. In alcune parti d’Italia, quello in tazza grande viene anche chiamato macchiatone. Da noi, nei pressi di Firenze, no. Così per decidere in quale tazza fare un caffè macchiato hai solo tre possibilità:

il caso

la lettura del pensiero

chiederlo

In realtà qualche cliente riesce addirittura a mettere insieme la formula “caffè macchiato in tazza grande”. Sparviero no. Con un bel ciuffo di capelli bianchi, alto, magro, Sparviero compare sporadicamente e le sue ordinazioni non sono prevedibili. Frequenta questo bar da quando è stato lasciato dalla moglie. Le ragioni non ci sono note, il fatto è che non sembra proprio a suo agio in questa nuova situazione. Ordina qualcosa, spesso non perché gli vada qualcosa, ma più probabilmente per riempire il tempo. È dunque difficile da accontentare. Lui ti chiede un caffè macchiato ma in realtà rivorrebbe indietro la moglie.

Avevo già avuto a che fare col suo carattere irascibile. Qualche tempo prima infatti si era presentato nel primo pomeriggio e dirigendosi verso la vetrina si era rivolto a me sconfortato:

Ma da mangiare c’è solo questo?

Non che fosse la vetrina più fornita della storia ma a quell’ora c’era ancora diversa roba, almeno quindici panini ancora masticabili. Avrei potuto rispondere con un “sì” secco visto il tono col quale aveva posto la domanda. Preferii elencargli i vari panini a disposizione.

Sbuffò un po’, evidentemente non c’era niente che gli piaceva, o più probabilmente come detto prima, non aveva neanche fame. Nonostante questo si decise per un pezzo di schiacciata senza niente. Non proprio la migliore delle scelte, ma come contraddirlo? Gli servii quel misero pezzo di schiacciata e dopo che me lo ebbe pagato la bellezza di 60 centesimi lo addentò.

Non poteva andargli bene, non era sua moglie.

È sciocco” disse.

Già esasperato dalla situazione non volli neanche pensare ad un possibile rimedio così allargai le braccia.

Mi spiace, lo diremo al fornaio che ce la porta.

Sparviero diede un altro morso rabbioso alla schiacciatina. Non doveva essere nemmeno tanto morbida. Rischiò di lasciarci la dentiera. Mentre gli si deformava la faccia per la collera, fece due falcate veloci verso l’uscita, lungo il bancone del bar, alzò la schiacciatina al cielo, la scagliò con violenza nel cestino e se ne andò, in mezzo allo stupore generale.

Ora Sparviero era lì, davanti a Tommaso e gli aveva chiesto un caffè macchiato. Tommaso, che non è certo il barista più affabile del mondo, in questa occasione aveva avuto la premura di chiedere:

In tazza grande o in tazza piccola?

Moh”. Sparviero emise un mugolio che più o meno voleva dire che cazzo di domanda mi fai?

Era una domanda signore, per sapere come voleva il caffè” rispose Tommaso

O che domanda l’è?

Come che domanda l’è? Pensavo di farle un piacere. C’è chi lo vuole in tazza grande, chi in tazza piccola… siccome lei non sapevo come lo voleva gliel’ho chiesto.

Moh

Tommaso di fronte al borbottio di Sparviero si stava innervosendo. Mi avvicinai e gli dissi che non ne valeva la pena, di lasciar perdere, che tanto quello era fatto così, lo conoscevo già. Sparviero però continuava a borbottare tra se e se. Sembrava che l’avessimo offeso in qualche modo. In realtà come al solito lui voleva la moglie e noi gli avevamo dato un banale caffè macchiato. Però… però non riuscii a resistere. E intervenni.

Ma scusi, non glielo hanno mai chiesto negli altri bar?

No

O in quanti bar l’è stato? In due?

Sie! Sarò stato almeno in… sarò stato almeno in 20 bar io!

Si stava inalberando.

Allora se l’è stato in TUTTI questi bar l’avrà visto che c’hanno anche le tazze grandi.

No

Come no? Ma scusi lei QUESTA non l’ha mai vista?

Presi una tazza grande da sopra la macchina del caffè e gliela porsi davanti agli occhi.

No”. Ormai non poteva cedere. Neanche di fronte all’evidenza. Se avesse potuto si sarebbe messo le mani sulle orecchie, avrebbe chiuso gli occhi e avrebbe cominciato a fare lalalalalaalalala.

Guardi che lei sta male, glielo dico

Sparviero che a quel punto era già incazzato, come al solito se ne andò minacciando e sbraitando che non avrebbe mai più messo piede in questo bar. Una minaccia vana, perché dopo qualche minuto si sarebbe dimenticato tutto, ed il giorno dopo si sarebbe ripresentato come se niente fosse mai successo.

Rivoluzionari da bar

dicembre 23rd, 2011

Si vede che Ernesto stasera ha voglia di chiacchierare. Salta di palo in frasca. Smania. Mi chiede dove sia finita la Gazzetta dell Sport. Sta lì al bancone, freme e si muove come una mosca, cambiando direzione repentinamente, sbattendo nei vetri. Che non ci sono. Una volta recuperatagli la Gazzetta penso: adesso si calmerà, si prenderà il giornale e andrà a leggerselo al tavolino.

Invece no. Ernesto lo apre sul bancone e si mette a sfogliarlo commentandone le “notizie”. L’importante non sembrano le notizie in sé. D’altra parte il giornale è quello che è. Ernesto ha voglia di parlare, ma lo fa ad una velocità imbarazzante. Si fatica a seguirne le evoluzioni. Si fa le domande e si risponde. Sembra in una specie di trance. Finché si mantiene sul calcio nessuno si intromette nella sua logorrea. Poi l’illuminazione. La crisi.

Non ricordo come ci sia arrivato. Però ad un certo punto inizia un suo monologo sulla crisi. Ernesto, che nonostante il nome mai avevo sentito parlare di politica, è un ragazzo di 23 anni, lavora in un ristorante e generalmente passa dopo il lavoro a prendersi una Ceres o un bicchiere di Cragganmore. Qualche volta beve più del dovuto. Oppure si cimenta in arditi abbinamenti come Ceres e Jack Daniels. Insieme. Però si distingue dai suoi coetanei avventori per un non so ché. Come fosse rispettato dagli altri, stimato.

 

Ernesto ha visto una trasmissione qualche giorno prima su questa storia della crisi, ce ne fa il riassunto. Non richiesto tra l’altro. La crisi economica di questi anni ha diversi lati oscuri, ma dietro il bancone si trovavano un dottore in Scienze Politiche con un master in Criminologia e varie esperienze di divulgazione di stili di consumo critici ed uno in Psicologia con varie esperienze di formazione per quadri aziendali. Lui evidentemente non poteva saperlo ed infatti ci spiega la sua versione come voi la spieghereste al vostro cane.

Il problema è che Ernesto si era convinto che la crisi fosse dovuta al fatto che le compagnie che stampano banconote e monete avessero alzato il prezzo dei loro prodotti. In sostanza se prima allo stato italiano una banconota da 10 euro costava 10 euro, adesso invece ne costava 11. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Ovviamente questo aumento non era casuale. Esisterebbe un cartello di aziende che stampano moneta, tutte d’accordo per aumentare i prezzi delle banconote e arricchirsi così alle spalle dei cittadini, con l’obiettivo ultimo di costituire un monopolio mondiale e di arrivare ad una moneta unica. In tutto il mondo.

Fargli notare che stavamo andando invece verso uno scenario del tutto opposto, cioè verso il fallimento di quella che era diventata la moneta unica in Europa era stato del tutto inutile. Ernesto non ascoltava, sembrava in trance. Ho anche sospettato che fosse fatto di cocaina. Non aiutava il fatto che chi cercava di farlo ragionare aveva indosso una divisa da barista di periferia. Chi risulterebbe credibile a ragionare di politica economica e finanziaria con una camicia informe di un azzurro slavato ed un grembiule rosso porpora? Forse neanche Adam Smith in persona.

Per fortuna in quel momento non era presente Ivo, altrimenti avremmo assistito ad un bel duetto. Si perché dopo questa approfondita analisi Ernesto si è impuntato sul fatto che Berlusconi avesse “ricattato” Monti anticipandogli che non avrebbe votato la fiducia al governo se questi avesse messo all’asta le frequenze tv. Il tasso di “indignazione” stava aumentando vertiginosamente. Dall’analisi alla rabbia.

Inutile fargli presente che si trattava di una normale dialettica parlamentare, di lobby e affini. Ernesto era arrivato alla sua soluzione.

“Io vo ad Arcore e do’ foco a ogni cosa, Dio cane! M’importa una sega. Non paghi? E io ti do foco alla casa”

Il mio collega stava cominciando a dare segni di insofferenza. Tentai di tradurre alcune sue provocazioni, che Ernesto ovviamente non poteva aver sentito preso com’era da suo comizio, in una domanda:

“Ma scusa, Berlusconi è stato eletto, e c’è chi lo voterebbe ancora, anche tra i tuoi amici. Quelli che escono qui. Allora, invece di partire per andare a incendiare la villa di Arcore, che probabilmente non servirà assolutamente a niente, non sarebbe meglio che tu magari cercassi di convincerne qualcuno a non votarlo più?”

“Io me ne frego di chi lo vota. A me non me ne frega un cazzo. Bisogna andare lì e dargli foco alla villa. Non paghi? E io ti sfascio tutto”.

Ernesto non poteva ascoltare. Forse era fatto davvero. E forse anche se non fosse stato fatto non avrebbe compreso comunque quello che stavamo cercando di dirgli. Effettivamente il ruolo del barista vorrebbe che si assecondasse il cliente, che lo si ascoltasse e lo si consolasse. Non tanto per l’antico adagio per cui il cliente ha sempre ragione, ma perché chi viene al bar, da solo, al bancone, spesso è in cerca di un qualche tipo di conforto, comprensione, una metaforica pacca sulla spalla. Non vuole ascoltare e meno che mai vuole sentirsi dare delle lezioni. Forse anche legittimamente. Insomma, hai una laurea e stai dietro ad un bancone a fare caffè. Qualcosa che non funziona ce l’hai.

Io però non ho potuto fare a meno di pensare che se gli Scilipoti sono in parlamento, un po’ di merito ce lo hanno anche quelli con Ernesto, il cui unico impegno politico da quando hanno imparato a leggere e scrivere è consistito nel condividere su facebook la foto con lo scontrino di un pranzo alla camera ed aggiungerci di suo pugno la scritta “vergogna”.

Impantanato

dicembre 21st, 2011

“Oh grandeee! Allora? Come tu stai? Che sei ancora impantanato con quella ragazza?”

Carlazzo mi aveva intercettato mentre ero sceso in pizzeria per la pausa tra un turno e l’altro e noncurante della sala piena di persone intente o a mangiarsi una pizza o a vedersi la champion’s league mi aveva accolto con il solito livello di decibel.

“Si. Ma perché “impantanato”? O non mi avevi detto che la ti garbava?”

Non so cosa mi aveva spinto a fare quella domanda, lì, in pizzeria, in mezzo a tutta quella gente, ma ormai glielo avevo chiesto e non mi potevo aspettare certo che mi rispondesse in maniera più discreta di come mi aveva salutato.

“Eh ma i’ ché c’entra ormai tu sei impantanato, se un tu n’eri impantanato l’era un altro discorso tu potevi venire con me”

“In dove?”

“I’ che te lo dico a fare? Tanto se un tu poi!”

Dietro Carlazzo, muti, erano schierati alcuni dei suoi apostoli. Due su tutti, Pino e il Perrotta. Pino sembra la versione umana di Barney Gumble, il miglior amico di Homer e il miglior cliente di Boe. È solito passare il suo tempo mangiando patatine e bevendo Becks seduto a un tavolino fissando il vuoto. Ti saluta dicendoti “Ciao amico”. Il Perrotta invece in un turno è capace di salutarti un centinaio di volte, sempre per nome, e sempre per nome ti chiama per qualsiasi cosa, per riportarti una penna, un mazzo di carte. Proprio come il nanerottolo di merda. Il Perotta non ha mai lavorato in vita sua, e presenta una scatola cranica a metà tra quella di Lerch e Frenkestein. Gli occhi incavati, neri, la camminata meccanica. Quando passa davanti al bancone, non vedendogli le zampe, sembra quasi che scorra su di un nastro. Di solito il Perotta lo vedi di profilo.

“Boh cosi, per chiacchierare.” Continuo io ormai in cerca dell’autodistruzione sociale.

“Sie, IO per chiacchierare un fo nulla…  Allora senti, c’ho un articolo per le mani madonna cane che bisogna essere in due. C’avevo bisogno di uno come te, un chiavatore, uno d’azione, un mi posso mica portare dietro quì dementone, quì gay del Perrotta! Quello lì madonna cane l’è capace di non fassi fa nemmeno una pompa! Te invece con codesta testa tu saresti l’omo adatto, ma ormai… tu sei impantanato con quella lì”

Ero impantanato. Ormai lo sapevano tutti, anche la bambina di undici anni che lottava con la mozzarella della pizza al tavolo dietro di me. Ero impantanato si, ero impantanato in quel presepe di personaggi che ormai affollavano la mia vita. Demolendola.