L’uomo che morde la pecorella

marzo 2nd, 2012

Che cosa ci stanno dicendo quando conferiscono un encomio ad un carabiniere che non sfodera il manganello o la pistola di fronte a un ragazzo che senza casco e armi si prende gioco di lui a parole? Semplice, ci stanno dicendo che quel carabiniere ha fatto qualcosa di straordinario, cioè fuori dal normale. E forse è vero. In genere, lo abbiamo visto, un carabiniere gli avrebbe sfondato la faccia. Lo si è visto fare per molto meno. Di video in cui membri delle forze dell’ordine perdono il controllo ce ne sono a centinaia. Sto parlando di forze dell’ordine dello stato italiano. Sto parlando di manifestazioni di studenti, di manifestazioni contro la tav, del G8 di Genova. Se ne possono trovare quante se ne vogliono. Agenti che lanciano pietre, agenti che picchiano quindicenni, gruppi di agenti che si accaniscono su persone inermi a terra. Quindi forse hanno fatto bene ad encomiarlo.

Quel carabiniere forse è un eroe perché a differenza di molti dei suoi colleghi ha fatto il suo lavoro senza usare il suo potere e la sua attrezzatura per sfogare fustrazioni personali. Dico forse perché anche il più grande drogato di grande fratello si renderà conto che la presenza della telecamera sulla scena falsa qualsiasi interazione tra esseri umani. Senza la telecamera il Marco Bruno probabilmente non avrebbe fatto lo splendido, perché senza la telecamera il carabiniere non avrebbe tenuto un comportamento da encomio. Sarebbe bastato molto meno di quello che ha detto per far scattare la carica. Chiunque abbia partecipato ad una manifestazione lo sa. Chiunque abbia voglia di farsene un’idea può farlo cercando. Se invece appartenete a quella schiera di persone che non vogliono sapere, che sanno già chi sono i buoni e chi i cattivi allora qualunque cosa vedrete confermerà solo i vostri pregiudizi.

Ci sarebbe anche da chiedersi che valore abbia l’apprezzamento di persone che sostengono l’operato delle forze dell’ordine a prescindere. Quelli che hanno riempito le pagine dei loro giornali con la retorica del povero carabiniere buono figlio di operai gli avrebbero dato il loro encomio in qualunque caso, che gli avesse spaccato la faccia o che avesse fatto quello che ha fatto, semplicemente per il fatto che è un carabiniere, quelli che qualunque cosa faccia un carabiniere, un poliziotto, un militare fa sempre la cosa giusta. Sono gli stessi che hanno giustificato il blitz alla Diaz, quelli che hanno tentato di sminuire le colpe delle forze dell’ordine nei casi Aldrovandi, Emmanuel per esempio.

Cosa ci stanno dicendo dunque quelli che con articoli e servizi si schierano senza se e senza ma con il carabiniere? Ci stanno dicendo che lo capiscono, che per loro è un eroe, ma non del tutto, perché se fossero stati al suo posto gli avrebbero spaccato la faccia al barbetta. D’altronde lo si può leggere tra le righe di molti di quegli articoli che invocano l’oltraggio a pubblico ufficiale o che si lamentano che Marco Bruno è impunito che in realtà, pur lodando il carabiniere, avrebbero preferito ben altri trattamenti. Che altro possono intendere quando chiedono una punizione per qualcuno che ha osato chiamare “pecorella” un carabiniere?

Il moderato si nasconde male dietro quelle parole piene di rabbia repressa.

 

Sallusti se la cerca

febbraio 29th, 2012

Forse quello che ai sostenitori della Tav dà fastidio dell’infortunio accaduto a Luca Abbà è proprio che la polizia c’entri poco o nulla. Luca Abbà non aveva estintori da lanciare per le macchine fotografiche de Il Giornale e Sallusti c’è rimasto male. Ci sono rimasti male in tanti e in tanti non capiscono. D’altra parte è normale che riesca difficile comprendere che ci siano persone disposte a rischiare la propria vita per una causa invece di mettere in pericolo quella degli altri.

Luca Abbà se l’è cercata dice Sallusti e con lui lo dicono o lo pensano in tanti al bar o davanti alla macchinetta del caffè. Dobbiamo chiederci quindi se il problema sia salire su un traliccio o masturbarsi di felicità dietro la scrivania di una redazione per il grave infortunio di una persona, se il problema sia che non si sale sui tralicci o se sia lo sghignazzare cinico e vigliacco di persone che non credono più a niente. Io, vi dico la verità, provo un po’ di pena per chi è cosi piccolo da gioire delle disgrazie altrui e non riesco nemmeno ad arrabbiarmi, ma se domani qualcuno spaccasse i denti a Belpietro o le mani a Sallusti vi direi che se la sono cercata.

Le figurine di Veltroni

febbraio 21st, 2012

 

Non possiamo lasciare Monti alla destra” dice Veltroni e forse c’ha pure ragione, ma io alla destra gli lascerei in cambio proprio lui visto che pare essersi dimenticato che cosa voglia dire essere di sinistra (dopo essersi già dimenticato cosa voleva dire essere comunista).

Non è che basti fare qualcosa. So che da vent’anni a questa parte tutti si sono occupati di parlare di grandi riforme e invece sono state fatte solo la legge antifumo, la patente a punti e  l’abolizione dell’obbligo di leva, ma non è che per questo allora va bene tutto. C’è gente che si è dimenticata l’abc della politica durante questo ventennio di sabbie mobili. Gente come Veltroni ma anche gente come il vostro sindaco forse. C’è gente che si è dimenticata che se gli obiettivi possono essere comuni, tipo il pareggio di bilancio, non sono comuni i modi con cui ottenerlo. Perché se io per raggiungere quell’obiettivo aumento le tasse indirette contribuisco ad aumentare le differenze tra chi ha meno e chi ha di più e questa è una cosa di destra nonostante gli intellettuali di tutte le specie continuino a disquisire sul fatto se abbia ancora senso dirsi di destra o di sinistra.

Mantenere le differenze tra le classi sociali, mantenere lo status quo è la definizione del conservatorismo i cui esponenti per tradizione si siedono nella parte destra dei parlamenti di tutto il mondo. Per ora Monti questo ha fatto. Se in futuro riuscirà a fare qualcosa che vada nel senso di una redistribuzione più equa della ricchezza allora potremo dire che avrà fatto una cosa di sinistra. Sarà comunque difficile etichettare come di sinistra il complesso delle politiche messe in atto dal governo Monti.  Che poi si possano condividere alcune cose è un altro discorso. Dovrebbe essere la normalità condividere il rispetto delle regole con gli avversari politici e far emettere gli scontrini a tutti non è una cosa di sinistra, è far rispettare la legge.

Non lo so com’è che un tempo Veltroni abbia avuto anche la mia stima. Sarà che ero poco più che adolescente e lui regalava le videocassette e gli album delle figurine con l’Unità. Io però poi sono cresciuto e lui invece è ancora li che gioca con le figurine. Ora vorrebbe mettere quella di Monti nel l’album del PD. Non lo può lasciare alla destra. E mi chiedo chissà chi altro non vorrebbe lasciare alla destra.

Che possiamo lasciare alla destra Holly & Benji? Che gli possiamo lasciare Don Zauker? Che non vorresti  prendere Godzilla nel PD? O non gli vorremo mica lasciare Emma Morrone?

Boh. Comunque un altro che faceva le cose era Mussolini.

Stupro e carcerazione preventiva

febbraio 10th, 2012

Questo è uno di quei post che forse sarebbe meglio non scrivere perché quando si parla di certi temi si rischia di urtare la sensibilità di chi ne è coinvolto direttamente o indirettamente. Cercherò di non urtare la sensibilità di nessuno, ma credo che sia necessario parlarne e soprattutto credo che sia necessario che ne parli anche chi non è coinvolto direttamente.

Mi riferisco alla sentenza della Cassazione di qualche giorno fa nella quale si stabiliva che la carcerazione preventiva per i casi di stupro tornasse ad essere una decisione del giudice e non un automatismo. In molti casi la notizia è circolata in rete in maniera errata, grazie anche alla complicità di siti di informazione come repubblica, che l’hanno riportata con titoli fuorvianti e si è diffuso il luogo comune per cui non ci fosse più il carcere per chi è colpevole di stupro. Non è così ovviamente e se fosse questo il problema si tratterebbe solo di commentare l’ennesimo caso di approssimativismo giornalistico e diffusione di miti e leggende sul web.

Quello che mi interessa di più è invece come la notizia è stata commentata da chi ha gli strumenti per comprenderne il senso. L’aggettivo più usato per descrivere la sentenza è “aberrante”, dal dizionario: che si contraddistingue per una stranezza incomprensibile o deleteria. Sinonimi di aberrante sono: deviante; irregolare, bizzarro, eccentrico; degenerato, degenere, snaturato, mostruoso, deforme, perverso, disumano, spaventoso, osceno.

Eppure la sentenza dice solo che nel caso in cui una o più persone vengano accusate di aver commesso uno stupro a decidere il tipo di misura cautelare sarà un giudice, così com’è per tutti gli altri reati. Non è bizzarro, almeno non più bizzarro o aberrante di quanto non lo sia tutto il sistema penale, il quale dovrebbe far giustizia trasformando una sofferenza inflitta in un tot di settimane, mesi e anni di carcere.

La carcerazione prima di una sentenza di colpevolezza non è una cosa da prendere alla leggera, non è un dettaglio. In uno stato di diritto è, e deve rimanere, un’eccezione. Lo stupro, la violenza sessuale quella di genere, sono reati particolarmente odiosi, che distruggono chi ne è vittima fin dentro l’anima e su questo non si discute, non pretendo di sapere cosa si provi, purtroppo però me ne sono fatto un’idea sia leggendo e studiando che avendo a che fare con persone che ne sono state vittima e non mi permetterei mai di esprimermi con leggerezza.

Il distacco però si, quello è necessario. Ci siamo dotati di giudici e tribunali proprio perché avessero quel distacco necessario che le vittime non possono avere. Se mi dite che io posso stare qui a parlare di stato di diritto e carcere preventivo perché non mi hanno mai stuprato avete ragione, probabilmente se mi fosse successo mi sarei ucciso o avrei ucciso qualcuno o starei sbavando in un ospedale psichiatrico, ma ciò cosa apporterebbe alla discussione sul come sia possibile rendere questa società più giusta o su come facilitare il ricorso alla giustizia? Niente.

Detto questo, non è una legge sbagliata che farà una società più giusta.

Contro questa sentenza è stato sostenuto che il carcere preventivo aiuterebbe ad aumentare il numero di donne che denunciano i loro aggressori. È vero che il numero delle violenze non denunciate è di gran lunga superiore a quello delle violenze denunciate e che il carcere preventivo potrebbe sembrare una buona soluzione. Purtroppo non è così. I motivi per cui questo tipo di violenza non viene denunciato hanno a che fare solo in parte con il fatto che l’autore della violenza sia sbattuto immediatamente in carcere senza processo. La verità è che spesso queste persone sono parenti, amici, colleghi, conoscenti, mariti, fidanzati, partner e la violenza sta anche nel potere di ricatto psicologico e sociale che queste persone hanno sulle vittime. Purtroppo ci sono ostacoli molto più grandi da superare prima di arrivare alla denuncia che non la paura di avere nuovamente a che fare con l’autore della violenza, per esempio la convinzione da parte della vittima che sia colpa sua, per esempio la paura di non essere comprese, credute e aiutate dalle altre persone che si hanno intorno.

Non è accettando un principio, questo si aberrante, come la presunzione di colpevolezza e ribaltando ciò su cui si fonda lo stato di diritto che si aiuteranno queste persone ad uscire dall’incubo della violenza. Non è così che faremo loro giustizia, sempre ammesso che sia possibile far loro giustizia.

Perché un altro degli argomenti usato a favore della carcerazione preventiva obbligatoria è strettamente collegato alla natura stessa del processo penale e alla sua possibilità di rendere giustizia alle vittime di stupro. Si dice infatti che nei casi di stupro sotto processo ci vada la vita della vittima e non l’azione della persona che lo stupro avrebbe commesso.

Se così fosse la carcerazione preventiva non apporterebbe nessun cambiamento alle modalità con cui si svolge il processo. C’è da tener conto poi di quello che è un processo penale, un procedimento nel quale si deve accertare che un fatto sia avvenuto in un determinato modo per poter stabilire la colpevolezza di una persona. Gli strumenti a disposizione dei giudici e dei magistrati spesso non sono adatti per alcuni tipi di reati perché pensati fondamentalmente per difendere la proprietà e mostrano tutti i loro limiti quando si tratta di affrontare casi dove le prove non sono una porta scassinata o un’impronta digitale.

Qualunque sia l’idea che avete del sistema penale è ovvio che vada evitata l’eventualità che la vittima di una violenza sessuale possa essere di nuovo avvicinata da colui che l’ha già offesa una volta, è per questo che deve esistere qualcuno che valuti questa eventualità e che predisponga gli opportuni provvedimenti affinché questo non accada. C’è il carcere, ci sono gli arresti domiciliari, ci sono le ordinanze restrittive. Tutto ciò va sempre considerato però una tutela della vittima e non come una punizione anticipata. Per questo il carcere resta sempre l’ultima opzione.

Ieri in tv sentivo la madre di una ragazza uccisa dal suo ex. Era disperata ovviamente, non si capacitava del fatto che una volta scontata la pena quell’uomo fosse tornato in libertà e le avesse ucciso la figlia. È si sconvolgente, ma l’unica soluzione, se rimaniamo nella cornice del sistema penale è non far uscire mai più nessuno di prigione e questo non è né realizzabile né auspicabile. Se il carcere preventivo può forse servire ad incoraggiare le vittime a denunciare non può di certo impedire che queste vengano mai più a contatto con chi ne ha abusato, anche perché nella maggior parte dei come detto prima sono persone che conoscono.

Non ha senso obiettare, come ho letto e sentito dire, che almeno così un po’ di carcere lo fanno. Io lo so che di fronte a certe notizie la rabbia è più una reazione istintiva a delle ingiustizie mai riparate o a delle ferite mai rimarginate, che una razionale presa di posizione, ma non è con la rabbia che la giustizia trionferà e le ferite guariranno.

E questo concentrarsi sulla pena, sul carcere non è altro che assecondare un sistema che è tutto incentrato sui colpevoli e si occupa poco delle vittime, altrimenti si discuterebbe non di quanto deve stare in carcere uno stupratore, ma di come aiutare una vittima di stupro a superare il trauma, come risarcirla, come evitare che le possa succedere di nuovo, come evitare che possa succedere a chiunque altro.

Per questo credo sia molto più importante una sentenza come quella della Corte d’Appello di Torino di oggi che, proprio a partire dal caso di una violenza sessuale nella quale l’imputato è fuggito, stabilisce il principio per cui quando gli autori di un omicidio, di lesioni dolose o di violenza sessuale non sono stati scoperti, sono irrintracciabili o non hanno i mezzi economici per pagare, tocca allo Stato indennizzare o risarcire la vittima.

TACETE, per favore

febbraio 6th, 2012

 

Trovo a dir poco conturbante il registro terminologico scelto dall’attuale governo: “monotono“, “sfigato“, “vicino alla mamma“. Mi ricorda tanto “L’ignoranza è forza”, “La guerra è pace”, “L’amore è odio”. Del resto la colpa è nostra, di noi giovani. Noi siamo fancazzisti, anacronistici, nostalgici, mammoni. Si sa. E’ sempre più facile dare la colpa a chi non ha rappresentanza politica e sociale, se non in un indignato strafatto d’erba o nel primo cazzone che si mette una pashmina viola al collo e inizia ad atteggiarsi a “I wannabe politician“.

Sia chiaro che non siamo qui a fare del populismo spiccio. Che il mercato è cambiato lo sappiamo, l’abbiamo capito. Il velato sospetto c’è venuto già al primo appuntamento, quando invece di accoglierci a braccia aperte, spargendo freschi e virginali petali di rosa lungo il nostro cammino, il mercato ci ha chiesto “Scusa, ti pieghi? Braaaava”. E noi ci siamo piegati. Poi ci ha detto “Un po’ di più, un po’ di più. Ecco sì, così!” Senza nemmeno portarci a cena fuori, per intenderci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quindi, che il mercato è cambiato lo sappiamo già, perché NOI – diversamente dai figli paraculati dei ministri – lo viviamo sulla nostra pelle, ogni santo giorno. Quello che trovo insultante è questa sottospecie di propaganda d’urto, proveniente da un agglomerato residuale dello yuppismo anni ottanta, da questi figli delle stelle appassiti che sprofessorano, ponendo sempre l’attenzione sul dito e mai sulla luna. Ciò che trovo insultante è la ricerca sconsiderata del “politicamente scorretto”, a tutti i costi, per avere 12 ore di celebrità su Twitter. Per sentirsi dire da una manica di faciloni, grossolani, approssimativi italioti “Ah, c’hanno ragione!!! Ah, pensate ai concetti non alle parole che usano!!!”

Sul torto o sulla ragione, se ne potrebbe parlare. Io sono convinta che l’Italia sia un paese pieno di fancazzisti, viziati, poco evoluti soggetti. Lo so perché li ho incontrati, li ho conosciuti, alcuni sono anche miei amici. Quindi io sono d’accordo su questo. Sono d’accordo sulla necessità di sapersi evolvere e adattare a nuovi contesti, anche meno rassicuranti di quelli da cui proveniamo.

Quello su cui io non transigo, non lo faccio oggi e non lo farò nemmeno domani, è la scarsa attenzione alle parole e, passatemi l’espressione, io impalerei tutti quelli che additano queste come questioni di lana caprina. No. Mi spiace. Il linguaggio è importante. Lo è sempre. Lo è anche nei tempi di crisi. Il linguaggio veicola un’idea. Dire “mi sento un po’ gonfio” è diverso dal ruttare [o peggio, scureggiare (o peggio, ruttare e scureggiare insieme raggiungendo nuovi orizzonti di multi-tasking)] in faccia all’interlocutore. Il messaggio è lo stesso: c’è un eccesso di gas. Ma, io credo, siam tutti d’accordo che lo stile è diverso. E con esso, l’effetto che la comunicazione sortisce.

E’ vero, dicevamo, l’Italia è piena di fancazzisti, viziati e poco evoluti soggetti. Però è anche piena di giovani con quattro palle quadrate sotto, che si sono laureati nei tempi, che hanno avuto un percorso brillante, che conoscono l’inglese, che sanno usare il computer (per ovvie ragioni, essendoci nati). L’Italia è piena di giovani che sono andati via dalle proprie case, per venire a prestare manovalanza al nord o all’estero. Non è populismo. Non è la retorica dell’emigrante con la valigia di cartone chiusa con lo spago. E’ la realtà.

E sì, ci piacerebbe eccome, lavorare vicino a nostra madre e a nostro padre, razza di una STRONZA di una Cancellieri.

L’Italia è piena di giovani che vivono e affrontano la crisi, il cambiamento, il crollo dei vecchi sistemi – per i quali sono troppo giovani – e la transizione verso nuovi – per i quali saranno troppo vecchi.

Siamo i vostri figli. E io vi chiedo soltanto un po’ di rispetto.

Io vi chiedo di tacere. Mi innervosisce che non sappiate parlare e che vi permettiate comunque di farlo, trattando di noi, delle nostre vite e del nostro futuro, come se foste a fare l’aperitivo delle 12 nella piazzetta del paesino del cazzo nel triveneto. Mi aspetterei, da voi, la capacità di scegliere le parole opportune. Perché il linguaggio è parte integrante della comunicazione, perché il significato e il significante sono due facce della stessa medaglia. A fronte della vostra inadeguatezza comunicativa, ormai comprovata, fateci solo una cortesia: TACETE.

Davvero, state zitti. Se possibile, costernatevi.
Assumetevi le vostre responsabilità generazionali.
E rispettateci!

E se volete parlare con qualcuno, parlate con i giovani migliori. Non sparate sulla croce rossa.
Altrimenti, come si dice dalle mie parti: “andate a fottere gli gnuri”

Scritto da:

Memorie di una Vagina