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La Costituzione spiegata a Silvio Berlusconi: cap. 2

Avevo lasciato in sospeso il progetto La Costituzione spiegata a Silvio Berlusconi ma visto le condizioni di salute del Presidente del Consiglio lo obbligano a riposarsi credo che in questi giorni abbia un po’ di tempo in più per poter studiare un po’ e allora riprendo da dove eravamo rimasti. (vedi intro e cap. 1)
Abbiamo visto brevemente cosa sono le regole e a cosa servono. Abbiamo visto che ci sono regole ovunque ci siano almeno due esseri umani. Ci sono regole in una famiglia, in un campo di calcio, in una scuola, in una compagnia, per la strada e al ristoranten e in una loggia massonica. Le regole sono diverse a seconda del contesto. Ma non sempre.
Le leggi sono infatti quel particolare tipo di regole che valgono sempre e per tutti entro un determinato territorio. Sono queste regole che fanno uno stato. Non sono una religione comune e qualche piatto tipico. Lo Stato è infatti quell’organizzazione politica che ha il monopolio dell’uso della forza all’interno dei confini entro cui vive una certa popolazione. Per uso della forza si possono intendere tante cose, ma non quello di far mangiare a tutti la pizza. Quando si parla di uno stato di diritto si intende infatti la facoltà di stabilire le leggi e farle rispettare.
Abbiamo visto però che in qualche caso le regole possono essere vissute esclusivamente come un divieto. Succede a chi non riesce a comprendere che ad un divieto corrisponde la tutela di un diritto. Il divieto di parlare in biblioteca serve a tutelare il diritto di studiarvi. Il divieto di fumare in un luogo pubblico chiuso serve a tutelare il diritto di respirarvi. A coloro che non riescono a comprendere questo fatto elementare succede di considerare come un cattivone, un usurpatore della propria libertà, chiunque abbia il dovere di controllare che le regole siano rispettare . Succede spesso perché si ha la sensazione che altri abbiano deciso quelle regole. E giuste o ingiuste che siano non gli va giù.
E’ anche in questo che risiede il valore della democrazia. Ora sarebbe lungo ripercorrere qui tutte le correnti di pensiero che hanno portata a ritenerla il modo migliore di organizzare uno Stato. Tuttavia si può ricordare che laddove le persone hanno contribuito in qualche modo a scrivere le regole o a scegliere chi le avrebbe scritte si dovrebbe essere più portati a rispettarle. La condivisione e la partecipazione sono la base della democrazia.
Si anche di Facebook ma questo è un argomento che tratteremo più in là.
Ora l’importante è chiedersi: come vengono fatte le leggi? Chi le fa? Chi deve farle rispettare? E lo Stato com’è fatto? Come funziona? A cosa serve?
Le risposte a queste domande stanno tutte in un libretto chiamato Costituzione.
E da dove viene questo libretto? E’ stato forse scolpito nella roccia da un vecchio che diceva di sentire la voce di Dio? Ci è stato imposto da qualche imperatore straniero e comunista?
No. Pensa Silvio, è stato scritto da un gruppo di uomini e donne eletti dalla più grande consultazione popolare e democratica avvenuta in Italia. La prima a suffragio universale. Questi uomini e queste donne avevano un solo compito. Scriverla. Ci vollero quasi due anni. Alcuni articoli furono approvati all’unanimità. Tutto il testo fu approvato con 455 voti favorevoli su 515. E’ dunque il testo che ha avuto il maggior consenso popolare della storia repubblicana. Non te la prenderai se ti faccio notare che La Costituzione è frutto del consenso popolare tanto quanto il Parlamento che ti ha eletto Presidente del Consiglio. Anzi, quel Parlamento, e quindi anche il Presidente del Consiglio, cioè tu, esistono solo perché esiste La Costituzione. Insomma il consenso popolare che hai ricevuto è solo un derivato di quello ricevuto dalla Costituzione. Chi lo avrebbe mai detto eh?
Va bene per oggi ci fermiamo qui, vedo che ti stai agitando e non ti fa bene. Riprenderemo presto da cos’è una Costituzione.
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Va’ dove ti porta l’ignoranza

Il ritorno dell’insegnamento dell’educazione civica e della Costituzione nei programmi della scuola dell’obbligo ha provocato un interessante dibattito la cui punta più alta è stata toccata dall’illuminante e sublime intervento di Susanna Tamaro, la quale ha tenuto a sottolineare che pur non avendo mai letto La Costituzione si considera "una persona che continua a credere nell’importanza del bene comune e ad amare il mio Paese". E quindi perché leggerla?
Il primo problema della Tamaro è quello di credere che ciò che è valido per lei sia valido per tutti. E’ un modo di argomentare molto diffuso. E’ quello di chi inizia tutte le frasi con "io" e riesce sempre a mettere parenti e conoscenti in un esempio a sostegno della validità di ciò che sta affermando. E’ sintomatico di una visione del mondo un po’ ristretta. Ciò che non è successo a me o a qualcuno che conosco non può succedere. Non è reale.
Il secondo problema, non meno importante, è che la descrizione del buon cittadino fatta dalla Tamaro è quella di un cittadino ubbidiente e passivo. Ma una democrazia ha bisogno di cittadini che partecipino non che ubbidiscano. Per partecipare attivamente alla vita politica del proprio paese e a quella della propria comunità serve qualcosa di più che rispettare la legge. Bisogna conoscere i propri diritti e quelli degli altri. Bisogna essere in grado di riconoscere che se una legge nega un diritto è una legge ingiusta. Bisogna sapere cos’è e come funziona, o dovrebbe funzionare, una democrazia.
Il terzo problema del pezzo della Tamaro è che si confonde la persona buona, quella che rispetta la legge e ama il prossimo, con il cittadino consapevole, quello che conosce i propri diritti e rispetta quelli degli altri. E non li rispetta perché è buono. Li rispetta perché dove ci sono dei diritti c’è anche chi ha il dovere di farli rispettare. Anche a chi non lo fa per bontà. Ma la Tamaro deve essere un po’ confusa visto che critica il buonismo ed il politically correct e poi conclude che per essere una persona capace del vivere civile bisogna scegliere il bene e per scegliere il bene bisogna ascoltare la voce della coscenza che abbiamo dentro. Anche se poi non ci dice come si potrebbe tradurre tutto questo in un metodo educativo.
Il titolo d’altra parte era significativo. La Costituzione più bella è quella scritta nel cuore. Dal chiedersi perché doverla leggere la domanda diventa perché averla scritta. Per la Tamaro infatti La Costituzione e la legge sarebbero in qualche modo superflue se tutti andassero dove li porta il cuore.
Probabilmente è vittima anche lei di quella sindrome che porta certi "artisti" a riscrivere il proprio maggior successo all’infinito.
Sicuramente è vittima dell’ignoranza. Quella che le rende cosi ostica la comprensione di una parola cosi semplice come quella di diritto. Quella che le fa credere che parlare della nostra Costituzione impedisca di "capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni nei quali non sempre sventola l’iridata bandiera della pace". Perché se l’avesse letta o avesse anche solo assistito a qualche lezione avrebbe scoperto che la conflittualita e la contraddittorietà dei nostri giorni non la si scopre certo studiando i babilonesi o la tabellina del sette. Avrebbe scoperto che anche la sola lettura dell’articolo 3 scatena in una classe di 5 elementare un dibattito di un livello nettamente superiore alla media di una seduta parlamentare o a quella di un talk show. Ma anche a quello a cui a partecipato la Tamaro stessa.
E’ attraverso certe discussioni infatti che si arriva a parlare e riflettere sul mondo reale. Alle contraddizioni tra ciò che è scritto dovrebbe essere e cio che è. Non ascoltando le vocine.
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Il brodo Alfano



