Classifica di brutalità

luglio 22nd, 2010
Una classifica della brutalità”. Quale miglior definizione per un sistema penale? Quale altro compito hanno le leggi se non stabilire chi è cattivo e quanto e punirlo in proporzione? Si, ci sarebbe il discorso della rieducazione e del reinserimento, ma quello viene solo dopo aver fatto la classifica di chi ha più bisogno di essere “rieducato”. Eppure la definizione di cui sopra non è di un illustre criminologo, ma di Mara Carfagna. Che infatti subito dopo averla partorita dice di non poterla accettare.
"Non esiste e non possiamo accettare una ‘classifica della brutalità’: per noi, cioè per coloro che hanno scritto ed approvato questa legge, chi violenta una donna o, peggio, un bambino deve filare dritto in carcere, senza scusanti, da subito. L’intervento della Corte è giustificazionista, lontano dal sentire dei cittadini, e, purtroppo, ci allontana, sebbene di poco, dalla strada verso il rigore e la tolleranza zero contro i crimini sessuali che questa maggioranza ha intrapreso sin dall’inizio della legislatura".
In realtà quello che la Carfagna non accetta è una classifica della brutalità diversa dalla sua che ha in cima alla lista dei cattivi chi violenta una donna o un bambino. Il ministro stila una classifica dei cattivi mentre ne nega l’esistenza. Eppure basterebbe dare un’occhiata al codice penale per scoprire che la classifica della brutalità stilata dal nostro legislatore è piuttosto bizzarra e soprattutto cambia in continuazione. I cattivi più cattivi presi di mira dalla Carfagna solo qualche anno fa erano in fondo alla classifica e lo stupro era un reato contro la morale non contro le donne e i bambini. E mentre gli stupratori salivano giustamente i gradini della classifica della brutalità, altri, meno giustamente la discendevano e cosi chi rubava nei supermercati diventava più cattivo di chi li costruiva rubando (cit.), chi uccideva centinaia di persone diventava meno cattivo di chi ne uccideva una, chi si faceva di eroina diventava più cattivo di chi faceva l’eroina, etc.
Si potrebbe quasi dire che tutta la politica si basa su una classificazione di chi è più cattivo e chi è più buono e quindi cos’è più giusto e cos’è più sbagliato e non solo, anche le religioni in fondo non sono altro che una classifica di buoni e cattivi. Ma tutto questo la Carfagna non lo sa.

Il Veneziani abbandonato

luglio 15th, 2010
Se fai per mestiere quello che deve per forza scrivere “contro” succede che ti possa capitare di scrivere delle enormi stronzate e, quel che è peggio, deve sembrare che tu ci creda davvero. A Veneziani capita spesso e forse non si sforza più nemmeno, si è ritagliato quel personaggio e non ne sa più uscire, tanto che oggi arriva a paragonare la catena di uccisioni di donne a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ad una rivolta degli schiavi. Si capisce che Veneziani non ne sappia un granché di rivolte di schiavi, stupisce di più che ne sappia ancora meno di rapporti di coppia. Veneziani scrive un articolo che istiga insieme al “femminicidio” come lo chiama lui e al “venezianicidio”. Da non intendere come lo sterminio degli abitanti di Venezia.
Pur di farsi notare nel dibattito il nostro “intellettuale” cade in una serie di contraddizioni da scuola elementare. Per sostenere che questi omicidi non sono il frutto di una cultura maschilista inanella un paio di motivazioni che definire infantili è un complimento. Per riassumere: che nel passato c’erano meno casi, che gli italiani hanno imparato dagli stranieri. La prima è falsa. Basta consultare le statistiche e considerare anche che ancora oggi in molti paesi dove il femminismo che irrita Veneziani non è mai arrivato si usa mascherare l’omicidio di una donna con un suicidio. Di conseguenza è falsa anche la seconda. Se gli omicidi diminuiscono e l’immigrazione aumenta allora gli italiani avrebbero imparato a rispettare le donne dai “barbari”, non ad ucciderle.
Ma quello che stupisce di più è che Veneziani non riesce a capire che “maschilismo” non è sinonimo di forza d’animo e vederlo rovesciare i ruoli di padroni e schiavi, potenti e deboli.
Il genio scrive che questi uomini sono fragili e terrorizzati all’idea di rimanere soli. “Questo non è maschilismo ma infantilismo tragico, delirio puerile, la ferocia dei deboli”. E chi l’ha detto che il maschilismo non sia “infantilismo tragico”. È vero che i bambini distruggono l’oggetto del desiderio se non possono averlo tutto per se. Succede anche con i giocattoli. Che sono oggetti. Ora considerare le proprie compagne degli oggetti o tutt’al più degli animali domestici di cui poter disporre a piacimento può anche essere infantile. Ma è un infantilismo che riguarda solo i maschi. Altrimenti Veneziani ci dovrebbe spiegare l’incidenza statistica nulla dei casi in cui una donna uccide il partner o l’ex partner. Non che le donne non uccidano, ma se lo fanno uccidono il figlio. Che della famiglia è l’unico soggetto più debole della donna.
Ora secondo l’illustre non è una questione di potere. Lo dimostra il fatto che questi uomini si ammazzano dopo aver ucciso. Secondo Veneziani il maschio si ucciderebbe perché la vita senza la donna amata non ha più senso. E sbaglia ancora. Il maschio si uccide perché non può convivere con l’idea di non riuscire a controllare tutto. Il maschio afferma il proprio potere come può. Michelina Ewa Wojcicka è stata uccisa da Vito Calefato perché aveva trovato un lavoro. Secondo Veneziani Vito sarebbe lo schiavo e Michelina la padrona. Eppure Michelina è stata uccisa semplicemente per il naturale desiderio di essere indipendente. Vito non era stato abbandonato. Semplicemente aveva perso il controllo della sua schiava. Se ci sono schiavi in queste storie infatti sono le donne. Veneziani rovescia a suo piacere il rapporto di schiavo e padrone. Dice che sentendosi dipendente dalla donna è l’uomo che è schiavo e quindi la uccide quando viene abbandonato. Ma voi avete mai visto uno schiavo che uccide il padrone perché se ne va e lo lascia solo? Non è piuttosto il padrone che uccide lo schiavo quando tenta di fuggire ed emanciparsi?
E cosa c’è di più macho dell’idea che un uomo debba avere il controllo che altrimenti non è un uomo? E se non sei più un uomo che senso ha vivere ancora? Quando Veneziani descrive questi omicidi come la ferocia dei deboli dice una cosa vera, ma quel che è grave è che non si rende conto di portare acqua al mulino della tesi che vorrebbe contraddire. Ogni uomo usa il potere che ha. Qualcuno usa la pistola, qualcuno usa le mani, qualcun altro usa una spranga, ma c’è chi usa i soldi, i regali, le pellicce, chi usa un posto di lavoro, chi usa una promozione, chi un 30 e lode, chi una candidatura in parlamento, qualcuno invece uccide lo stesso ma con mezzi più sofisticati e riesce a non far ritrovare il corpo seppellendolo in qualche chiesa.
Gli uomini da sempre utilizzano tutto ciò che hanno a disposizione per controllare e sottomettere le donne. Quello che non sopportano è che facciano da sé. E non lo sopporta neppure Veneziani che infatti dopo aver letto due articoli di due colleghe “femmine” si è sentito in dovere di scrivere contro “l’esercito di donne pubblicanti sui quotidiani d’impegno”.

Non chiamatela passione

luglio 13th, 2010
Son passati quasi otto anni ma quella domanda me la ricordo come se fosse oggi. Ci eravamo conosciuti da poco ma intimità e passione si fecero strada ben presto e cosi, mentre giacevamo avvolti nelle lenzuola di un letto singolo di una camera doppia di uno studentato di Londra con la moquette per terra e delle finestre enormi e mal dipinte, lei mi chiese che cosa avrei fatto se mi avesse lasciato. Mi chiese se avrei lottato per lei, per riconquistarla. Il mio problema è che spesso sono sincero più di quanto vorrei. Probabilmente avrei dovuto rispondere che l’avrei seguita in capo al mondo che le avrei regalato dei fiori o dei gioielli, che mi sarei iscritto in palestra, che mi sarei trovato un lavoro migliore, che l’avrei chiamata cento volte il giorno, che le avrei cantato delle serenate. Invece non le risposi niente di tutto questo. Le dissi che se lei avesse smesso di amarmi io non ci avrei potuto fare niente. Un mazzo di fiori non l’avrebbe fatta innamorare di nuovo di me perché non era quello che l’aveva fatta innamorare di me la prima volta. Forse qualcuno potrebbe pensare che una risposta del genere denotasse uno scarso interesse da parte mia. In realtà provai a immaginarmi un paio di situazioni. Che cosa avrei potuto fare se lei si fosse invaghita di un altro? Cercare di dimostrargli che ero migliore del nuovo tipo? Costringere il nuovo concorrente a lasciar perdere onde evitare di andare incontro a delle ritorsioni da parte mia?
La verità è che non credo ci sia molto da fare in situazioni come queste. Ciò non impedisce che poi quando ti ci trovi, tu ci perda le notti e anche i giorni a pensare a cosa potresti farci. Nella migliore delle ipotesi t’imbruttisci, ti deprimi, diventi quello che non pensavi saresti mai diventato, senza peraltro risolvere un granché.  Poi, se ti va bene, a un certo punto capisci e lasci andare. Per quanto mi riguarda, quello che mi ha salvato, è stato avere accanto delle persone che mi hanno detto di non riconoscermi più. Quello che mi ha salvato è stato anche capire che nonostante le cose fra me e la ragazza in questione fossero andate com’erano andate, io le volevo ancora bene, volevo ancora bene a quello che c’era stato tra di noi e volevo ancora bene a me stesso. Ho capito che l’unico modo per continuare a voler bene a tutte queste cose era uscire dalla sua vita, lasciare che lei fosse felice e lasciare che la rabbia che avevo trovasse un destinatario diverso.
Potete stare tranquilli, non avrei ucciso nessuno, ma ripensavo a queste cose leggendo di tutti questi casi di uomini che uccidono donne che non vogliono più stare con loro. Molti giornalisti parlano di raptus di follia quando raccontano di questi episodi. Ma qui i raptus non centrano niente. Molti di questi omicidi sono purtroppo il normale epilogo di un’escalation di violenze. Possono essere verbali, psicologiche, piccole e insignificanti per i più. Eppure spesso se n’è a conoscenza. Tanto che in alcuni articoli si può leggere che il rapporto tra i due era sempre stato “passionale”.
Ciò non vuol dire che si sarebbero potuti evitare certi epiloghi. Per fortuna non si può arrestare una persona per un delitto che non ha ancora commesso. Le segnalazioni per alcuni tipi di comportamento possono portare si a delle sanzioni che sono però temporanee e limitate. Ci troviamo di fronte a casi in cui il sistema penale può poco e meno che mai possono gli apparati di sicurezza. Tanto che, nonostante gli otto omicidi in tre settimane, dal Ministero della Paura di Maroni nessuno ha sentito il bisogno di annunciare giri di vite, tolleranze zero o dispiegamento di eserciti. È interessante notare, infatti, come nonostante la copertura mediatica fosse quella tipica in grado di dar vita al panico morale in realtà questi casi scendono rapidamente nell’impaginazione dei notiziari. Mancano degli ingredienti perché degli imprenditori morali si mettano a soffiare sul fuoco chiedendo inasprimenti delle pene o interventi spettacolari.
In primo luogo i protagonisti degli omicidi. Non hanno niente in comune. Età, condizioni sociali ed economiche sono diverse e titoli di studio e professioni differenti. Non hanno niente in comune perché chi li guarda non è in grado di coglierlo. In realtà sono tutti uomini, sono tutti bianchi, sono tutti italiani, sono tutti adulti. Categorie nelle quali rientrano coloro che sono in grado di definire che cosa è pericoloso e cosa non lo è. Evidentemente risulta difficile giudicare se stessi pericolosi e prendere dei provvedimenti contro la propria pericolosità. È più facile scatenare l’esercito contro qualche baracca se una sedicenne viene uccisa a coltellate da un rom, ma se la uccide un trentenne laureato con 110 e lode cosa fai? Mandi l’esercito nelle università? No, per fortuna non si può. Quello che si potrebbe fare sarebbe cominciare a riflettere sul fatto che forse nonostante il cianciare di burka e altre amenità la situazione della donna in Italia non è meno critica che in altri paesi e che prima di dar lezioni agli altri bisognerebbe insegnare ai nostri ometti che cos’è l’amore, che cos’è la passione, che cos’è una relazione. Bisognerebbe insegnargli che tutte le cose hanno un inizio e una fine e che dovremmo imparare ad accettarlo. Bisognerebbe ricordarsi che la maggior parte delle donne non muoiono come Giovanna Reggiani, ma come Anna Maria Tarantino, Chiara Brandonisio, Debora Palazzo, Simona Melchionda, Michelina Ewa Wojcicka, Eleonora Noventa, nel silenzio e nell’indifferenza di chi non si vergogna neanche un po’ a chiamare questi omicidi delitti passionali o a descriverli come raptus di follia.

A chi giova la pubblicazione delle intercettazioni

giugno 1st, 2010
È abbastanza singolare che in tutto questo parlare di intercettazioni telefoniche nessuno, a quanto mi risulta, abbia sottolineato un aspetto piuttosto importante.
La fuga di notizie riguardanti indagini in corso con la pubblicazione di intercettazioni non favorisce certo le indagini. Spesso anzi ne segna la fine. Gli indagati vengono a conoscenza delle tesi dell’accusa in anticipo e possono attuare tutta una serie di strategie per difendersi al di fuori dal processo. Eventuali altri personaggi coinvolti ma ancora non conosciuti possono facilmente evitare di finire sotto l’attenzione dei magistrati. I giornalisti spesso finiscono per essere delle marionette in un gioco nel quale ci capiscono ben poco.
La libertà di stampa è sacra. E sfido chiunque a non pubblicare la notizia di un’inchiesta nella quale è coinvolto un pezzo grosso. Quello che volevo dire è che la relazione “fuga di notizie” / “giornalista” è più complessa di quanto ci venga presentata. Il giornalista farà pure l’interesse suo, del suo editore e del suo pubblico, ma difficilmente questo interesse coincide con quello della giustizia.
L’indignazione o la consapevolezza dell’opinione pubblica non sono necessariamente elementi che favoriscono la conclusione di un processo con una condanna degli accusati. Al contrario. La sovraesposizione mediatica di indagini, giudici, magistrati, indagati finisce col far passare l’idea che tutti possano essere indagati per qualsiasi cosa e che nessuno venga poi condannato, lasciando all’opinione personale di ciascuno decidere se credere o meno all’innocenza dell’accusato o alla fondatezza delle indagini.
Sto dicendo che sui giornali e in tv non si debba parlare di indagini e processi? No. Sto dicendo che spesso la difesa ha più interesse che se ne parli che non l’accusa e che quindi i promotori delle leggi contro le intercettazioni ci prendono per il culo più di quanto non crediate. Quelli che scrivono leggi per limitare l’uso e la pubblicazione delle intercettazioni  sono gli stessi che nel caso si trovassero ad essere indagati ne favorirebbero la pubblicazione gettando discredito sulla procura, sui giornalisti e sull’intera indagine.

Le mafie. Lo Stato. I cittadini di Rosarno. Gli schiavi.

gennaio 9th, 2010
A forme di sfruttamento premoderne corrispondono forme di protesta premoderne.
Se tieni centinaia di persone alla fame e le metti a dormire tutte insieme in capannoni fatiscenti per farle lavorare 16 ore al giorno e poi gli spari anche addosso in quelle poche in cui tentano di dormire, non puoi pretendere che chi si è preso il colpo accenda il suo pc è scriva un bel post sul suo blog.
Bisogna spiegarglielo alla  ‘ndrangheta. Non si fa cosi. Prima si rimpiccioliscono e si sparpagliano i luoghi di lavoro. Poi si fanno tanti turni diversi. Si differenziano le paghe in modo arbitrale e non si dice a nessuno quanto prendono gli altri. I contratti, anche quelli in nero, si fanno durare qualcuno di più qualcuno di meno. A caso. Poi si fa in modo di non gestire direttamente il rapporto di lavoro. Si cerca di mettere più intermediari possibili tra il lavoratore e l’imprenditore. Non puoi andare a raccattarli col furgone. Cazzo apri un’agenzia di lavoro interinale. Se poi proprio gli vuoi fare male almeno non sparargli nel culo. Che so, fai capitare un incidente sul lavoro, avvelena, ma fa che non si accorgano che lo hai fatto di proposito.
Sennò quando succede qualcosa c’è il pericolo che la rabbia finisca in strada tutta insieme invece di sbriciolarsi in pixel e finire in una cosa senza senso come il web. Succede che delle persone che non hanno niente prendano ciò che gli capita e lo agitino in aria o contro chiunque gli si pari contro.
Chi ha le armi infatti sono quelli che hanno qualcosa da difendere, fosse anche solo il motorino del figlio, e sparano dal terrazzo al primo negro che capita a tiro.
Chi invece ha le parole comincia a parlare di “troppa tolleranza verso gli stranieri” di “lotta all’immigrazione clandestina”, del pericolo di leggi che concedano la cittadinanza in tempi troppo brevi,.
C’è anche chi, terzista da una vita come Panebianco, si riscopre improvvisamente battagliero e chiede linee di demarcazione netta. Quelle stesse linee che non riesce a tracciare per i connazionali, soprattutto se politici. Stranieri buoni da una parte, stranieri cattivi dall’altra. E si mette a parlare del pericolo che un giudizio di incostituzionalità sulla legge che istituisce il reato di immigrazione potrebbe cancellare di fatto lo stato italiano. E tira in ballo persino il Natale e il panettone. C’è da giurare che se abitasse a Rosarno sparerebbe dal terrazzo.
Eppure per spazzare via tutto questo mucchio di cazzate che si stanno affastellando su questa storia basterebbe elencarne i protagonisti.
Le mafie. Lo stato. I cittadini di Rosarno. Gli schiavi.
Si eviterebbe almeno di prendersela con gli sfruttati, sia dai terrazzi che dalle redazioni.
Negri e calabresi sono entrambi vittime di una guerra tra mafia e stato che quest’ultimo si rifiuta di combattere e lo dichiara dal momento in cui decide che il problema è l’immigrazione.