Una piccola storia sull’integrazione

dicembre 20th, 2011

Oggi, nel giorno dei funerali di Mor Diop e Samb Modou, vi voglio raccontare una piccola storia sull’integrazione, quella parola con cui tutti si riempiono la bocca dopo una tragedia come quella del 14 dicembre, dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ad un leghista come Matteo Salvini, direttore di Radio Padania.

Bene, a Firenze da qualche anno esiste un progetto chiamato “Le chiavi della città”. È un insieme di proposte didattiche, laboratori, che le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado della città possono richiedere di svolgere ad integrazione del normale programma scolastico. I laboratori sono svolti da numerosi e diversi soggetti e sono incentrati sulle tematiche più svariate.

La cooperativa con la quale collaboro propone storicamente un percorso didattico sulla discriminazione e i diritti umani. Li ho svolti personalmente, insieme agli altri operatori, nelle varie scuole di Firenze.

Si tratta per lo più di andare a spiegare cos’è un pregiudizio, come funziona, come lo riconosci, come conduce alla discriminazione. Lo si fa di solito con delle attività, dei giochi, ma soprattutto cercando di tirar fuori dai bambini e dai ragazzi quello che hanno dentro e di rielaborarlo in classe. Perché come sa chiunque abbia avuto a che fare con dei bambini difficilmente questi ti stanno ad ascoltare se gli dici che qualcosa non va fatto per principio e che se lo fanno sono cattivi.

Se non fai il predicatore hai qualche probabilità in più che i ragazzi ti dicano quello che pensano davvero, ti dicano come si comportano nella realtà, ti facciano delle domande di cui gli interessi davvero conoscere la risposta, e allora il laboratorio funziona, perché puoi decostruire i luoghi comuni nei quali sono e siamo immersi e provare a ricostruire un senso del vivere insieme che riconosca la diversità come la cosa più normale che esista ma anche la più sorprendente.

Spesso la cosa più difficile è passare da quello che sanno, o pensano di sapere, sul razzismo alla vita quotidiana, dai campi di sterminio alla loro classe, dalla soluzione finale alla presa per il culo. Perché i ragazzi lo sanno come si offende una persona, lo sanno che quasi sempre la diversità è un buon modo per escludere qualcuno e sentirsi più uguale a qualcun altro, la conoscono la differenza tra lo scherzo e l’offesa. La cosa difficile è far loro riconoscere che il principio sul quale si basa il loro modo di offendere è lo stesso sul quale si basa qualunque discriminazione e cioè la paura e l’odio per il diverso, di qualsiasi diversità si parli.

È difficile, ma è molto più facile che spiegare a un leghista che un italiano che spara a cinque senegalesi in mezzo a migliaia di persone sceglie il suo obiettivo con una motivazione ben diversa dal senegalese o da un qualsiasi altro immigrato che abbia commesso un crimine comune contro un italiano.

La mia forse è un’illusione ma ho sempre pensato che cose del genere fossero molto più utili della chiusura di Casa Pound o di qualche fiaccolata antirazzista, perché non potrai mai evitare il rischio di un Casseri o di un Breivik a meno di non avere a disposizione dei precog, ma probabilmente potrai evitare il rischio di un nuovo Salvini, di un nuovo Cota o di un nuovo Maroni, potrai evitare che quegli alunni un giorno da grandi si ritrovino al bar ad inveire contro gli immigrati, clicchino mi piace su pagine neonaziste di facebook o anche che picchino a morte fuori da qualche locale un ragazzino loro coetaneo perché era gay o fricchettone.

Ora, al di là dei contenuti del laboratorio e al di là del fatto che lo svolgesse la cooperativa con la quale collaboro, quello che conta è che questo fosse molto apprezzato da insegnanti e alunni, e che ogni anno ricevesse adesioni crescenti. Quello che conta è che da quest’anno, nonostante il Casseri, quel laboratorio non verrà più svolto nelle classi, né dalla nostra cooperativa né da altri. Semplicemente non ci sarà più.

Il motivo è che non ci sono abbastanza soldi per coprire le richieste e siccome le richieste erano sempre di più, meglio toglierlo del tutto, che non dover scontentare le classi che non avrebbero potuto aderire e sostituirlo con qualche altro percorso meno “attraente”.

È una piccola storia questa, la storia di una trentina di classi che quest’anno non faranno un percorso sull’integrazione, o se volete sulla convivenza civile, sul rispetto dei doveri e dei diritti in una comunità.

È però una storia che non coinvolge solo la piccola cooperativa per la quale lavoro e quelle trenta classi, perché centinaia sono le storie come questa.

È una storia comune a tante altre piccole o grandi realtà usate spesso dalla politica solo come bacino di consensi, da finanziare o tagliare secondo logiche del tutto indipendenti dalle necessità di un territorio e della popolazione che lo abita

È anche il segnale che, nonostante le parole spese da personaggi più o meno illustri in occasioni di tragedie o celebrazioni, alla fine dell’integrazione non importa nulla a nessuno e in un periodo di crisi, quando dovrebbero essere maggiori le attenzioni a che questa non investa anche le relazioni tra cittadini, si taglia sempre e comunque nel sociale e nell’istruzione. Così avremo sempre più caccia torpedinieri nuovi di zecca per difenderci dal pericolo dell’invasore alieno e sempre meno strumenti per difenderci dalle nostre paure e dalle nostre insicurezze, quelle che generano i “pazzi” come Casseri.

Dividere le donne per sfruttarle meglio

marzo 8th, 2011

Dividi et impera. Funziona sempre. Funziona anche per la festa della donna. Le donne oggi vanno divise tra puttane e suore, bionde e more, tra stronze e simpatiche, ma soprattutto tra donne di destra e donne di sinistra, anzi, meglio tra donne berlusconiane e donne antiberlusconiane. Cosi potranno evitare di concentrarsi, tutte insieme, sulle discriminazioni che ancora oggi le affliggono, per esempio un accesso ancora difficile a certe professioni, per esempio un livello di retribuzione ancora più basso di quello degli uomini, per esempio non poter aver avere la piena autodeterminazione sul proprio corpo a causa di leggi fatte da uomini, per esempio dover ancora subire violenze da parte di uomini e dover ancora esserne considerate esse stesse la causa.

Se ci sono donne che hanno fatto carriera grazie a “favori sessuali” sono loro che devono essere condannate non chi ha sfruttato il proprio potere economico o politico per ottenerne i favori e vanno messe contro quelle che invece sono delle sante e non lo farebbero mai, così la battaglia non sarà per ottenere un società nella quale il potere politico ed economico sia più equamente distribuito tra i generi, ma tra donne che si litigano quei pochi posti messi a disposizione per loro dagli uomini di cui sopra.

E non lo fanno perchè sono carnefici o razziste nei confronti delle altre donne per natura, come afferma quell'intellettuale che è Klaus Davi, sono semplicemente cresciute in una società nella quale hanno imparato a vedersi con gli occhi degli uomini e ne hanno interiorizzato i pregiudizi, perché non hanno mai avuto il potere di autodefinirsi, hanno sempre e solo letto, visto e sentito quello che gli uomini hanno deciso che siano. 

Il messaggio di Alemanno

febbraio 8th, 2011

Ora a me le parole di Alemanno fanno incazzare. Parecchio. Ma cercherò di utilizzare un linguaggio pacato per esprimere quello che penso.

Il sindaco di Roma, come molti altri, ha finora seguito una sola politica nei confronti dei rom e più in generale delle persone che, non avendo una casa, sono costrette a vivere in abitazioni di fortuna. La famiglia che ha tragicamente perso quei quattro bambini, infatti, era stata già sgomberata una trentina di volte.

Molti non lo sanno, o se ne fregano, ma ad ogni sgombero corrisponde la perdita delle poche cose che queste persone sono riuscite ad accumulare, corrispondono notti e giorni alla ricerca di un nuovo pertugio dove si spera che nessuno ti noti, raccolta di materiale che ti possa servire alla sopravvivenza, soprattutto d’inverno, come coperte, lamiere, cartoni, stufe. Poi arriva lo sgombero e si ricomincia. Se nel frattempo non sei morto assiderato o carbonizzato.

Come dicevo prima non si tratta solo di rom. Nelle baracche se vi degnaste di farci un giro ci trovereste persone di ogni tipo. Ci sono ancora i profughi della guerra nella ex Jugoslavia, i rifugiati politici di ogni parte del mondo, quelli che hanno semplicemente perso casa e lavoro. Tutte queste persone hanno in comune il solo fatto di non riuscire ad avere una casa. Sentirli chiamare ancora nomadi mi fa dubitare dell’intelligenza e della buona fede di chi ne scrive o ne parla in quei termini. Se sono nomadi è perché sono costretti a spostarsi di sgombero in sgombero.

Ora Alemanno dopo questa tragedia ha proclamato il lutto cittadino, che sarebbe pure un bel gesto, anche se inutile, solo che dopo ha voluto farci regalo di alcune dichiarazioni che cancellano anche quel bel gesto inutile.

Per Alemanno la soluzione sono nuovi campi attrezzati. Gli stessi che ha sgomberato qualche mese fa. Gli stessi che i suoi elettori non vogliono vicino alle loro casette, e neanche vicino ai loro palazzoni. Come farà? Li farà costruire qualche decina di km fuori dal raccordo anulare? E questo come si dovrebbe conciliare con l’obiettivo da lui dichiarato dell’integrazione? Non è dato saperlo.

Quello che si sa è che queste persone non hanno e non avranno diritto ad una casa, neanche quelle che hanno la cittadinanza italiana perché “dobbiamo dare un messaggio preciso, anche di carattere internazionale. Se noi diffondessimo l’idea che basta arrivare a Roma per avere una casa popolare o tutta l’assistenza possibile, rischieremmo di attrarre non qualche migliaio di nomadi, ma centinaia di migliaia da tutta Europa".

Quindi i 4 bambini bruciati in una baracca sono per Alemanno uno spot perfetto. Un messaggio preciso di carattere internazionale. Non venite in Italia. Nessuno vi vuole. Brucerete in qualche anonimo anfratto di periferia. Quelli che invece stavano già qui il messaggio lo conoscevano già.  Per voi non c’è niente.

Al mercato di San Lorenzo spunta il “divieto antinegro”

maggio 13th, 2010

A Firenze, intorno all’ omonima basilica, si vende merce contraffatta, ma i divieti che dovrebbero scoraggiare i turisti, invece di riguardare abusivi e non abusivi, sembrano fatti apposta per colpire solo gli extracomunitari.

[scritto per Giornalettismo]

Le foto che vedete non sono state scattate a Treviso o a Verona, come si potrebbe pensare in un primo momento, ma a Firenze. Il mercato è quello di San Lorenzo, che si estende nelle vie intorno all’omonima basilica e che è considerato il più importante della città. nonostante vi si vendano quasi esclusivamente merci destinate ai turisti. O forse proprio per quello.

Divieto di negro. È vietato comprare la merce falsa e “contraffatta” dai venditori abusivi, dice il cartello. Quindi non è vietato comprarla da un venditore non abusivo? Evidentemente il messaggio non doveva essere troppo chiaro neanche a quelli della Commissione commercio per San Lorenzo del presidente Mauro Bufalari che hanno deciso di esporlo. Un turista avrebbe potuto avere delle difficoltà a distinguere chi vende magliette del Milan contraffatte ed è autorizzato a farlo, da chi vende una borsa di Prada falsa e non lo è. Così qualcuno ha sentito il bisogno di allegarci una foto che indica meglio com’è fatto un “venditore abusivo” senza farsi troppi problemi a proposito del cattivo gusto o delle accuse di razzismo di chi vede in quel cartello solo un “divieto di negro” e di quelli a cui vengono in mente cartelli simili usati per i cani o per gli ebrei ai tempi in cui essere ebreo era come essere un cane. In fondo è solo una battaglia di legalità. Forse.

4600902761 ac0a201506 b Al mercato di San Lorenzo cè il divieto di negro

Conta l'apparenza. O forse è solo una battaglia commerciale. In entrambi i casi sarebbe utile riflettere su alcuni punti. Quando si è di fronte alla compravendita di un prodotto, la criminalizzazione del cliente non ha mai funzionato. Se esiste la domanda di quel bene continuerà ad esisterne la vendita e soprattutto la produzione. Bisogna allora chiedersi perché esiste quella domanda e smettere di considerare il consumatore un idiota che compra e spende a caso. Chi compra un Rolex falso non è detto che compri la miniatura del Duomo di Firenze o un vero Rolex. Chi vuole un souvenir di Firenze molto probabilmente lo comprerà lo stesso. Chi vuole un Rolex vero andrà a comprarlo dove sa che ne potrà trovarne uno vero. Chi compra un Rolex falso vuole quello. O meglio. Vorrebbe quello vero ma non se lo può permettere e si compra quello falso. In fondo, coloro che hanno diffuso l’idea che quello che conta è l’apparenza, sono proprio le grandi firme. Non importa che il prodotto sia di buona qualità o che mi serva realmente, quello che importa è quello che simboleggia. Quindi non è tanto importante, per chi lo compra che sia vero, l’importante è che ad un primo sguardo possa sembrarlo. La battaglia alle merci contraffatte è dunque comprensibile se condotta dalle griffe e dai negozi che le vendono. Per attirare quelli del “vorrei ma non posso” e soprattutto quelli del “non posso ma lo compro lo stesso”, che altrimenti si accontenterebbero del surrogato, sarebbero costretti ad abbassare il prezzo dell’originale. Il risultato di una eventuale scomparsa dal mercato delle merci contraffatte potrebbe essere solo quello dell’aumento di prezzo delle merci non contraffatte.

4601515992 084c9e5e66 Al mercato di San Lorenzo cè il divieto di negro

Lotta tra poveri. Qui però si sta parlando di una lotta tra venditori ambulanti. Quelli autorizzati e quelli non autorizzati. Qualche mese fa gli ambulanti di Firenze contestarono duramente il vicesindaco per la proposta di un aumento della tassa di occupazione del suolo pubblico. In realtà quelli che protestavano non erano tanto gli ambulanti quanto i proprietari delle concessioni degli spazi che li affittano ai negozianti. Sui 241 banchi del mercato di San Lorenzo solo una settantina sono gestiti dagli stessi proprietari della concessione. Gli stessi commercianti spesso non sanno chi è il “proprietario” dello spazio per cui pagano l’affitto, visto che alcuni sono addirittura in subaffitto e che le concessioni passano di mano molto velocemente. Non è neanche chiaro quale parte di questi affitti venga pagata in nero e quanta invece venga dichiarata visto che si parla di cifre intorno ai 2500 euro per un posto vicino alla basilica. Matteo Renzi ha dichiarato più volte di voler lottare contro il fenomeno delle rendite dei mercati. Per ora ha dovuto fare marcia indietro sia sull’aumento della tassa di occupazione sia sull’ipotesi di spostare in un’altra zona di Firenze le bancarelle più vicine alla chiesa di San Lorenzo che secondo alcuni ne rovinerebbero l’immagine. Ha invece accettato di buon grado il cartello con foto segnaletica. I commercianti d’altra parte avevano protestato contro i raid dei vigili urbani che in alcuni casi avevano messo in pericolo i passanti inseguendo i venditori abusivi che si davano alla fuga. Avevano chiesto invece un presidio fisso. E l’hanno ottenuto. Oggi mentre scattavo la foto erano presenti sia una squadra di Polizia di Stato che una di Polizia Municipale.

Il sistema economico non si tocca. D’altra parte è comprensibile che nell’indecisione se lottare contro le rendite delle grandi marche, contro quelle delle mafie che ne vendono le versioni contraffatte o contro quelle degli speculatori di affitti, si decida di prendersela con i “negri” e con i “consumatori”, è più comodo pensare che i primi sono dei parassiti e che i secondi sono degli idioti piuttosto che rimettere in discussione un intero sistema economico ed i valori sui quali tale sistema si sostiene.

Se le picchiano se lo meritano?

aprile 18th, 2010

 

Il rischio di certe ricerche è sempre quello che abbiano l’effetto contrario a quello dichiarato. Soprattutto se divulgate ad un pubblico per il quale non sono state pensate. Quello dei non specialisti.
L’articolo che ho pubblicato ieri su Giornalettismo, riportava i dati di uno studio sulle violenze domestiche, affermando che la maggior parte delle donne non abbandona una relazione con un partner che abusa di loro, perché riescono a vedere nel loro uomo ancora aspetti positivi. Lo scopo era quello di stilare dei profili degli uomini che abusano di loro. Ma quello che colpisce l’immaginario collettivo è che queste donne continuino a vedere il loro aguzzino come una persona affidabile e premurosa. Perché uno si chiede: com’è possibile?
La reazione istintiva è quella di pensare che sono delle cretine che se lo meritano. La situazione in realtà sarebbe un po’ più complessa. Purtroppo superata una certa età smettiamo col gioco dei perché ed invece di domandare e domandarsi cominciamo a giudicare. Eppure basterebbe chiedersi il perché di quel giudizio positivo, invece di colpevolizzare le vittime. Si scoprirebbe che quei giudizi sono il frutto degli abusi subiti.
I meccanismi che concorrono a rafforzare il legame tra la donna abusata e l’uomo che ne abusa includono la strategia messa in atto dall’uomo per isolare la donna. La “gelosia” è uno di questi meccanismi. Inizia spesso con piccole limitazioni alle frequentazioni della partner, la lettura dei messaggi ricevuti sul cellulare o nell’email, le sue spese, negargli di avere un conto corrente proprio, per arrivare al controllo completo della sua vita. Fino a che la donna “impara” a limitarsi da sola per non andare incontro alle reazioni del partner.
L’alternanza tra brutalità e affetto è un’altra di queste strategie ed è legata all’erotizzazione della sottomissione e della violenza che stimolano sessualmente l’abusatore, tanto che spesso gli abusi sessuali accompagnano o concludono una lite domestica. Tutti sappiamo cosa vuol dire fare l’amore dopo aver litigato. Non tutti sanno cosa vuol dire essere costretti a farlo. Non tutti stanno con una persona che cerca il litigio proprio per eccitarsi e poi fare sesso. Non tutti sanno cosa vuol dire avere a disposizione solo il proprio corpo da dare in pasto al proprio uomo per ottenere la “pace”.
Tutti questi meccanismi servono per spezzare la resistenza della donna e la sua autostima, ma soprattutto a farle interiorizzare l’immagine che l’uomo a di lei. Sentirsi ripetere ogni giorno che non si è capaci di niente fa si che poi ci si creda. Chi abusa della propria partner riesce a manipolarne il pensiero. Chi è abusata finisce col pensare che ha ragione lui, che c’è un motivo per quello che fa, che se la picchia è perché se lo è meritato. Vi ricordate quel detto “quando torni a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché la stai picchiando, ma lei si”? La donna finirà col trovare una spiegazione alla violenza subita perché è una cosa che tutti facciamo. Cercare delle spiegazioni. E visto che la sua autostima sarà già stata distrutta finirà col trovare la spiegazione in qualcosa che può aver sbagliato lei.
Questa dinamica è un processo a tappe basato sulla differenza di potere tra la donna e l’uomo, e si evolve dopo un periodo più o meno lungo nel quale la violenza è spesso preceduta da varie forme di comportamenti oppressivi. In inglese si chiamano “controlling behaviors”. È in questo modo che diventa sempre più difficile per una donna interrompere autonomamente la relazione problematica senza un intervento esterno.
La difficoltà di uscire da una relazione del genere, oltre al ruolo del maschio, sta  anche nella dipendenza economica delle donne dal proprio uomo e nella loro difficoltà a rendersi autonome finanziariamente. Il che chiama in causa le disparità economiche e sociali presenti nel contesto nel quale queste coppie vivono. Gioca il suo ruolo anche il fatto che le donne in questione sono consapevoli che spesso denunciare gli abusi subiti dal proprio partner può condurre ad un giudizio negativo su loro stesse invece che sul proprio partner.  
“Gli altri penseranno che sono una cretina che se lo merita. Forse hanno ragione”.