Suicidi da prima pagina

Ci avete fatto caso? Non si parla più di sicurezza. Da un pezzo. Ora il tema è la crisi. Il bello è che quando sui giornali si scriveva solo di morti ammazzati, stupri e immigrazione, quelli come me si chiedevano com’era che non si parlasse dei veri problemi della gente, tipo la mancanza di lavoro, le tasse, le imprese che chiudono. Qualcuno pensava pure che fosse tutto un complotto dei politici intrallazzati coi media. Sapete la solita storia delle armi di distrazione di massa. Oggi invece non si parla d’altro, ma dovremmo esserne soddisfatti? Non credo, visto che le modalità con le quali se ne parla ricalcano quelle con cui si parlava dell’insicurezza in città.
Un esempio sono i suicidi per motivi economici. Era un pezzo che ne volevo scrivere, ma non riuscivo a trovare dati aggiornati. Ci hanno pensato su Wired. Così si scopre che i suicidi per motivi economici, oltre ad essere una percentuale molto piccola del totale dei suicidi, sono di più quelli che si ammazzano per amore, come sospettavo non sono neanche in crescita. Quello che è in crescita è invece il numero di titoli che questi suicidi ottengono sui giornali. Un po’ com’era per gli omicidi. Nonostante fossero in calo leggendo i giornali o guardando i tg è sembrato di vivere nel far west. Poi all’improvviso si è smesso di parlarne e non certo perché sia stato risolto definitivamente il problema degli omicidi o della criminalità. Con i suicidi succederà lo stesso. Si smetterà di parlarne, ma le persone continueranno a non trovare lavoro, a fare debiti, a fallire e ad uccidersi.
Perché allora oggi se ne parla? Perché si è scoperto che fa notizia. Suscita dibattito. Il politico contrario al governo lo strumentalizzerà per dire che Monti ci sta portando all’esasperazione, il sostenitore di Monti (o Monti stesso) per sostenere proprio la necessità delle politiche di austerità del governo. Così il giorno dopo un nuovo suicidio per motivi economici sarà sempre una notizia e si inserirà perfettamente in una prima pagina di qualsiasi giornale, a differenza di un suicidio per questioni amorose o di un suicidio di una persona malata o anziana.
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La nostalgia del giornalista
Ieri ho assistito ad una lezione nella quale Piero Meucci, noto giornalista toscano, prendeva spunto dalla rilevazione delle notizie più cliccate nel 2009 per sostenere che i lettori lasciati a se stessi, senza la guida di un giornalista che gli detti la gerarchia delle notizie, si possano perdere in frivolezze.
Nel 2009 infatti le notizie più cliccate negli Stati Uniti sono state nell’ordine:
il fallito tentativo di battere il record di sesso orale da parte di Cora, una 19enne pornostar di Amburgo svenuta al 75esimo orgasmo maschile
la morte di Michael Jackson
le peripezie di Lady Gaga
Ma le cose stanno davvero così? Oppure l’analisi pessimistica è dettata dalla fondamentale mancanza di comprensione di un mezzo sconosciuto a coloro che ancora rimpiangono i tempi del telefono a gettoni e soprattutto dal pregiudizio che questa incomprensione comporta?
È vero che ancora per una larga fetta della popolazione un fatto che non è passato in TV è un fatto che non è mai successo, ma lasciando da parte le polemiche riguardo a telegiornali come il Tg1 e Studio Aperto sempre più infarciti di cazzate, siamo proprio sicuri che i giornalisti abbiano mai avuto il potere di imporre la propria classifica di importanza delle notizie?
Il fatto è che comunque la si pensi non è possibile dimostrarlo. Per i siti internet è semplice sapere quale sia la notizia più cliccata, anche se non è detto che sia la più letta, gradita o considerata importante. Per i giornali di carta o per i telegiornali invece come si fa a stabilire quale sia l’articolo più letto o il servizio più gradito? Il direttore può impaginarmi il giornale come vuole lui, ma quando mi capiterà tra le mani sarò libero di leggerlo come voglio io. Ricordo ancora quando cominciavo a sfogliarlo dalla fine perché mi interessava solo la cronaca sportiva. Oggi leggo altre cose, ma dopo aver guardato la prima pagina decido io quali articoli leggere e quali saltare. Cosi come davanti al telegiornale posso decidere io quando alzarmi per andare a pisciare perché stanno passando una cosa che non mi interessa e quando invece guardare e ascoltare.
Insomma guardare alle notizie più cliccate non ci dice proprio un bel niente. È pur vero che l’utente di internet è più libero di andarsi a leggere le notizie che vuole, ma allo stesso tempo i siti dei grandi giornali sono quelli più visitati e se possiamo trovare una notizia sul record di pompini è perché un qualche sito di informazione ha deciso che quella fosse una notizia.
La grande questione invece rimane quella del gap cognitivo che si crea tra chi si informa su internet e chi non ha altri mezzi che la televisione, un gap che rischia di creare due universi paralleli e non comunicanti tra loro anche se, va detto, si può avere pure un collegamento ad internet 24 ore su 24 e non essere mai stati su Repubblica.it
Insomma le cose sono un po’ più complesse di come sembra e lasciarsi guidare dalla nostalgia non è un buon modo per tentare di comprenderle.
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Il diritto di non guardare Ferrara

Oggi mi sono visto la rubrica di Aldo Grasso che parlava di Giuliano Ferrara perché ero certo che ci avrei trovato un mucchio di sensate stupidaggini. Aldo Grasso ha questo dono, quello di dire delle immani fesserie recitandole come se fossero argute riflessioni.
Siccome ha ricevuto un’email che lo invitava a non guardare il programma di Ferrara ha pensato bene che potesse essere l’argomento della sua rubrica. Solo che quando si parla di censura bisogna essere un po’ più precisi e soprattutto non andrebbe confusa col boicottaggio.
Gli spettatori non hanno il potere di censurare nessuno. Non lo possono avere neanche se volessero. Non guardare un programma che si ritiene sia una cacata è un comportamento legittimo, cosi come è legittimo invitare gli altri a fare la stessa cosa perché saranno liberi di decidere se accettare l’invito oppure no. Si tratta quindi di esercitare legittimamente la propria libertà, il contrario della censura. Guardare o non guardare un programma è l’unica scelta che hanno gli spettatori e anche l’unico modo che hanno di influenzare le scelte di un direttore di rete che ha il potere di decidere (lui si) che cosa va in onda e che cosa no.
Ferrara ha il diritto di fare i suoi editoriali, gli spettatori hanno il diritto di non guardarli, Aldo Grasso ha il diritto di cestinare le email che gli arrivano. Quello che non possono invece fare Ferrara e Grasso è riempire le loro rubriche con delle palesi falsità. O meglio, non potrebbero se fossero sottoposti a dei direttori che si preoccupano della correttezza delle cose che pubblicano piuttosto che di leccare il culo alle persone per cui lavorano.
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Continuavano a chiamarlo Raìs

Leggendo i giornali e siti internet di queste settimane ancora non riesco a comprendere perché nei titoli e negli articoli si continui a riferirsi a Gheddafi come il “raìs” (o “Raìs”).
s. m. [dall’arabo e turco ra’īs «capo», in grafia turca mod. reis]. – 1. Nel periodo dell’egemonia ottomana e barbaresca nel Mediterraneo, voce molto diffusa in varî paesi mediterranei col significato di «capitano di bastimento». 2. Nelle tonnare di Sicilia, chi dirige l’organizzazione tecnica e comanda gli uomini addetti alle operazioni di pesca (in sicil., ràisi, che significa anche, più genericam., «capobarca»), incarico in genere trasmesso di padre in figlio: è detto r. di montagna l’uomo che, stando di vedetta in un luogo elevato, avvista e annuncia l’arrivo delle frotte di tonni. 3. Appellativo del presidente della repubblica, in alcuni paesi arabi.
Oppure più genericamente,
RAIS [ràis o raìs] s.m. inv.
• Nei Paesi arabi, capo, comandante
Ora, Gheddafi ufficialmente non ricopre alcuna carica dal 1979. Continuando a chiamarlo “capo” o “comandante” gli si da una legittimità che non ha. Come quando lo si riceve per gli incontri ufficiali tra capi di governo o come quando gli si bacia la mano. Capisco i problemi di spazio nei titoli ma persone che lavorano con le parole dovrebbero conoscere l’importanza di usare quelle giuste.
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Dividere le donne per sfruttarle meglio

Dividi et impera. Funziona sempre. Funziona anche per la festa della donna. Le donne oggi vanno divise tra puttane e suore, bionde e more, tra stronze e simpatiche, ma soprattutto tra donne di destra e donne di sinistra, anzi, meglio tra donne berlusconiane e donne antiberlusconiane. Cosi potranno evitare di concentrarsi, tutte insieme, sulle discriminazioni che ancora oggi le affliggono, per esempio un accesso ancora difficile a certe professioni, per esempio un livello di retribuzione ancora più basso di quello degli uomini, per esempio non poter aver avere la piena autodeterminazione sul proprio corpo a causa di leggi fatte da uomini, per esempio dover ancora subire violenze da parte di uomini e dover ancora esserne considerate esse stesse la causa.
Se ci sono donne che hanno fatto carriera grazie a “favori sessuali” sono loro che devono essere condannate non chi ha sfruttato il proprio potere economico o politico per ottenerne i favori e vanno messe contro quelle che invece sono delle sante e non lo farebbero mai, così la battaglia non sarà per ottenere un società nella quale il potere politico ed economico sia più equamente distribuito tra i generi, ma tra donne che si litigano quei pochi posti messi a disposizione per loro dagli uomini di cui sopra.
E non lo fanno perchè sono carnefici o razziste nei confronti delle altre donne per natura, come afferma quell'intellettuale che è Klaus Davi, sono semplicemente cresciute in una società nella quale hanno imparato a vedersi con gli occhi degli uomini e ne hanno interiorizzato i pregiudizi, perché non hanno mai avuto il potere di autodefinirsi, hanno sempre e solo letto, visto e sentito quello che gli uomini hanno deciso che siano.
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