Continuavano a chiamarlo Raìs

Leggendo i giornali e siti internet di queste settimane ancora non riesco a comprendere perché nei titoli e negli articoli si continui a riferirsi a Gheddafi come il “raìs” (o “Raìs”).
s. m. [dall’arabo e turco ra’īs «capo», in grafia turca mod. reis]. – 1. Nel periodo dell’egemonia ottomana e barbaresca nel Mediterraneo, voce molto diffusa in varî paesi mediterranei col significato di «capitano di bastimento». 2. Nelle tonnare di Sicilia, chi dirige l’organizzazione tecnica e comanda gli uomini addetti alle operazioni di pesca (in sicil., ràisi, che significa anche, più genericam., «capobarca»), incarico in genere trasmesso di padre in figlio: è detto r. di montagna l’uomo che, stando di vedetta in un luogo elevato, avvista e annuncia l’arrivo delle frotte di tonni. 3. Appellativo del presidente della repubblica, in alcuni paesi arabi.
Oppure più genericamente,
RAIS [ràis o raìs] s.m. inv.
• Nei Paesi arabi, capo, comandante
Ora, Gheddafi ufficialmente non ricopre alcuna carica dal 1979. Continuando a chiamarlo “capo” o “comandante” gli si da una legittimità che non ha. Come quando lo si riceve per gli incontri ufficiali tra capi di governo o come quando gli si bacia la mano. Capisco i problemi di spazio nei titoli ma persone che lavorano con le parole dovrebbero conoscere l’importanza di usare quelle giuste.
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Libia. Qualunque cosa pensi, è sbagliata.
È vero che nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia, Palestina, Tibet e Birmania, ma non è un buon argomento da usare contro l’intervento in Libia. Se dite questo, in sostanza state dicendo che quello che sta avvenendo in Libia si può paragonare a ciò che sta succedendo, o è successo, nei paesi sopra citati. In più state suggerendo che in quei casi sarebbe stato giusto intervenire e di conseguenza state dicendo che è giusto intervenire in Libia. Perché se invece state sostenendo il contrario, cioè che nessuno deve intervenire in Libia poiché non lo si è fatto in altre situazioni in cui sarebbe stato giusto, state affermando che due errori fanno una cosa giusta.
Lo dico perché sono in diversi in questi giorni a incappare in questo errore, da Marcello Veneziani a Massimo Fini, da Giorgio Bocca a Nichi Vendola.
Gino Strada per esempio dice una cosa diversa. Cioè che non si dovrebbe intervenire mai, o almeno che non si dovrebbe intervenire mai militarmente, cosa con cui in linea di principio sarei d’accordo, da qui, seduto al mio computer. Mi chiedo però cosa mi sarei aspettato dalla “comunità internazionale” se fossi stato un ebreo nei campi di sterminio nazisti, un bosniaco nella Sarajevo assediata, un palestinese sotto le bombe israeliane a Gaza, un ceceno vittima dell’oppressione Russa, etc.
Vi avrei chiesto di restare a guardare mentre venivo trucidato?
Il fondatore di Emergency dice che l’intervento sembra divenuto una necessità perché non si è fatto niente prima. Ed è vero. Nonostante si sapesse chi era Gheddafi e cosa faceva si è continuato a farci affari e a baciargli le mani. Chi aveva veramente a cuore i diritti umani e le persone a cui vengono negati ha sempre protestato, inascoltato, per questo stato di cose, ma adesso si può tornare indietro nel tempo? Non credo. Dunque neanche questo è un argomento valido.
Personalmente mi trovo a disagio ad esprimere certezze in proposito ed invidio un po’ chi ne ha così tante, perché io resto convinto che anche un solo innocente rimasto ucciso sotto le bombe “alleate” sia un prezzo troppo alto da pagare per l’intervento e, allo stesso tempo, che anche un solo innocente rimasto ucciso dalle milizie di Gheddafi mentre restiamo a guardare sia un prezzo troppo alto da pagare per la “pace”.
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Il pacifismo non è una scampagnata

Di manifestazioni contro le guerre ne ho fatte tante. Le prime furono contro la prima guerra in Iraq, nel gennaio del 91. Era piuttosto facile decidere da che parte stare a 16 anni. La guerra è uno schifo. Io che mi avvicinavo all’età per il servizio di leva, all’epoca obbligatorio, non avrei mai imbracciato un arma contro nessuno. Poi gli anni passano e inizi a comprendere che alcune situazioni sono complesse e difficilmente possono essere affrontate senza che mille dubbi continuino a ronzarti nella testa qualunque posizione tu scelga di prendere, se riesci a prenderne una, e quando ho manifestato contro la seconda guerra in Iraq, nel 2003, fu cosa ben diversa.
Oggi Veltroni si chiede perché nessuno in Italia stia manifestando contro Gheddafi.
Oltre al fatto che è il genere di argomento usato da intellettuali del calibro di Veneziani e Ferrara, oltre al fatto che la manifestazione sarebbe totalmente inutile visto che Gheddafi se ne fregherebbe (vedi Piste) , il problema è: che cosa chiederebbe una manifestazione del genere all’unica istituzione a cui potrebbe rivolgersi e cioè il proprio governo ed il proprio parlamento? Un intervento militare contro Gheddafi oppure l’astensione dalla partecipazione all’ennesima guerra di esportazione della democrazia e di importazione del petrolio?
La scoperta di un pacifismo diverso da quello ingenuo e ridotto ad una caricatura soprattutto dai signori della guerra, ma anche da chi in età adulta continua ad assumerlo acriticamente, per me è coincisa con la riscoperta di quello che avveniva in Bosnia negli anni tra il 1993 e il 1995. Sapere che opporsi “pacifisticamente” ad un intervento esterno ha permesso il massacro di centinaia di migliaia di innocenti, l’assedio di Sarajevo, il genocidio di Srebrenica e la rinascita dei campi di concentramento nel bel mezzo dell’Europa, ha significato lasciare in balia dei loro aguzzini persone disarmate e senza alcuna colpa se non quella di esistere, mi ha lasciato più di qualche dubbio su quel pacifismo indifferente che può essere sintetizzato nella formula “che siano i popoli a decidere in completa autonomia, senza interventi militari ed ingerenze dall’esterno”. Potremo aggiungerci pure Cecenia e Ruwanda. Potremo chiederci cosa sarebbe stato dell'Europa senza l'intervento esterno di USA e URSS nella seconda guerra mondiale.
L’indifferenza è un’altra cosa dal pacifismo. Le manifestazioni a casaccio di Veltroni sono un’altra cosa dal pacifismo.
Io, insieme ad altri, mi chiedo di nuovo che cosa sia giusto. Dobbiamo intervenire in Libia oppure no? Per rispondere a queste domande servirebbe un’informazione ampia e completa, oltre ad una capacità di analisi dei fatti. Purtroppo la maggior parte delle cose che si leggono vengono scritte dalle scrivanie delle redazioni sulla base delle agenzie da persone che spesso ne sanno quanto chi legge. E mi riferisco sia a quelle che parlano di complotti guidati da Washington (sostenendo così le tesi di Gheddafi), sia a quelle che parlano della rivolta di un popolo che aspira alla libertà.
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