Povero martire leghista

aprile 29th, 2011

O Maroni non sa leggere o dobbiamo pensare che stia cercando di far passare un proprio fallimento per un’ingiustizia e recitare di nuovo la parte del povero leghista martire.

Sarebbe piaciuto anche a me che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea avesse dichiarato una volta per tutte che essere clandestini non è un reato ma ha deciso solamente che la pena associata a quel reato dal legislatore italiano era in contrasto con la normativa europea e con il rispetto dei diritti umani. Il che è decisamente diverso.

Il reato di clandestinità, purtroppo, non verrà abolito né in Italia né nei paesi che Maroni lamenta essere trattati in maniera diversa. La storia dei due pesi e due misure non esiste. Esiste invece il solito vittimismo italico. Esiste invece una classe politica, quella leghista, incapace di scrivere una legge che traduca le sue urla sull’immigrazione perché se la scrivesse quella legge, allora si che saremmo fuori dall’Europa. E non solo, saremmo fuori  dalla storia e dal mondo.

 

Maroni respinto dall’Europa

aprile 28th, 2011

 

Così ora è ufficiale. La legge sul reato di clandestinità è una boiata a livello europeo. Per i leghisti sarà un nuovo argomento contro l’Unione Europea, una ragione in più per chiedere di uscirne. Per tutti quelli dotati di un minimo di cervello invece si tratta di una ovvietà.

Perché punire con un massimo di 4 anni di galera costringendo a rimanere in Italia colui che invece si voleva espellere? Questa è una delle tante contraddizioni della legge sottolineate dalla Corte di Giustizia, che si concentra sul contrasto tra la normativa italiana e quella europea, tra il diritto degli stati a decidere chi può soggiornarvi e il rispetto dei diritti umani.

L’altra contraddizione era la detenzione degli immigrati senza regolare permesso di soggiorno insieme ai detenuti colpevoli di reati comuni. In contraddizione con le normative europee e soprattutto, anche se questo non è stato preso in considerazione dalla Corte, con il principio della deterrenza della pena che andava infatti cosi a farsi fottere. L’immigrato clandestino si trovava nella simpatica situazione per cui decidere di spacciare o rubare o decidere di condurre una vita onesta lo avrebbe portato comunque alla prigione. Alla faccia di chi giustificava il provvedimento con la ragione della sicurezza per i cittadini.

Oggi la Corte di Giustizia dell’UE ristabilisce il principio per cui la detenzione debba essere l’estremo provvedimento dopo che non si è riusciti a far rispettare l’ordinanza di espulsione e non si è riusciti a rimpatriare coercitivamente il soggetto. Ristabilisce il principio per cui la detenzione non può superare i 18 mesi (comunque una enormità). Ristabilisce il principio per cui l’immigrato irregolare non può essere detenuto insieme ai criminali.

Ma soprattutto ristabilisce il principio per cui la crema della crema della Lega non è capace di scrivere una legge sull’immigrazione che funzioni.

La conseguenza di questa bocciatura è che il governo dovrà rilasciare immediatamente tutti gli immigrati detenuti in base alla legge in questione proprio nel momento in cui filosofi del calibro di Bossi e Berlusconi stavano disquisendo sulla quantità di immigrati clandestini che sarebbe corrisposta ad ogni bomba lanciata in Libia.

 

Nel cuore della storia

aprile 21st, 2011

È difficile descrivere a chi non c’era l’intensità e l’emotività di quella che avrebbe dovuto essere la semplice presentazione di un libro, Al di là del caos di Elvira Mujcic, perché sarebbe riduttivo attribuirla semplicemente alla drammaticità delle vicende narrate nel primo romanzo dell’autrice bosniaca, quelle del genocidio di Srebrenica. Il libro di Elvira infatti racconta una storia, non è un libro di storia.

Troppo spesso ci dimentichiamo che dietro a parole come genocidio, che presuppongono l’esistenza di una massa quasi informe che subisce una violenza non meglio definita, si nascondono le storie uniche di individui con il proprio carattere i propri sentimenti la propria voce e la propria faccia. Dimenticarcelo ci permette il distacco necessario per poter vivere come se gli eventi che descrivono non fossero mai accaduti realmente.

Per questo leggere libri come Al di là del caos è utile, perché ci ricordano fin nei dettagli il percorso di alcune persone che si ritrovano ad attraversare una vicenda disumana e perché solo moltiplicando questi dettagli per le migliaia o i milioni di persone coinvolte, possiamo tentare di comprendere la reale entità di quello che è successo, senza essere anestetizzati dalle parole che di solito vengono utilizzate nei telegiornali e nei libri di scuola.

È ancora più “utile” quando una storia è raccontata con la forza e la rabbia con cui lo fa Elvira. Lo stile narrativo asciutto permette una lettura agile, ed il percorso di crescita della protagonista, tra amori giovanili e ricordi di infanzia, tra voglia di dimenticare e desiderio di scoprire, permette un’identificazione grazie alla quale vicende difficili da immaginare ti rimangono comunque attaccate addosso.

Nel secondo libro di Elvira Mujcic, E se Fuad avesse avuto la dinamite?, del quale ieri sera è stato letto un brano, c’è una scena che sintetizza questa singolarità in un evento di massa. Zlatan ha 16 anni e sta fuggendo da Sarajevo assediata. I genitori riescono a trovargli un modo per uscire e lui dopo una corsa allucinante si ritrova su un autobus insieme ad un centinaio di persone che come lui stanno fuggendo. Non le conosce, non ci parlerà se non per qualche minuto. E quello sarà solo l’inizio del viaggio che lo porterà in Italia. Passerà per un campo profughi, per la casa di un prete croato, per uno scantinato dove dormirà insieme a degli scarafaggi, per l’attraversamento del confine tra i boschi vicino Trieste. Il tutto senza una metà precisa, senza aver notizie dei propri genitori, a 16 anni.

Leggendo mi sono chiesto quanti sono in grado di comprendere che dietro una massa di persone che ci sembrano tutte uguali, ci sono storie di solitudini come questa, che dietro il volto di una persona che facilmente riusciamo a etichettare come immigrato o extracomunitario per non fare la fatica di immaginarlo come un individuo, ci sono vicende sconvolgenti. Non è sufficiente aver condiviso la stessa sorte o la stessa meta di arrivo a fare di un certo numero di persone un gruppo omogeneo e compatto. Non ci sono accordi, scopi comuni, leader e gregari. Non sono un esercito, per questo non aveva senso parlare di invasione nel 1997 e nel 1999 e non ha senso farlo oggi.

Per questo sono importanti le storie che ci racconta Elvira ed è importante come le racconta. Perché è solo scoprendole che possiamo riuscire a comprendere che ogni volta ci troviamo ad una persona diversa e che abbiamo il dovere di fare lo sforzo di considerarle uniche anche quando se ne sente parlare solo al plurale. Prima di tutto però sono due bellissimi libri che vi consiglio di leggere.

 

Siamo tutti extracomunitari

aprile 13th, 2011

 

Non so se ci avete pensato, ma l’idea della Lega è geniale. Poi dice che non sono capaci di solidarietà. Prima hanno provato ad esaudire il desiderio di questi extracomunitari che volevano andare in Francia e quando la Francia ci comunica che il permesso di soggiorno italiano è carta straccia in Europa la Lega decide di uscire dalla Unione Europea. Insomma siccome non riusciamo a liberarci di questi 20.000 extracomunitari, scusate volevo dire ad accoglierli, facciamo diventare extracomunitari anche tutti gli altri 60 milioni facendo uscire il paese dall’Unione. Cosa c’è di più solidale di questo? Cosa c’è di più solidale di Maroni che dice “siamo tutti extracomunitari”? Non so voi ma io mi sono commosso.

Comunque a me questa svolta buonista della Lega non convince, preferisco credere a Castelli. E se questi arrivano qua coi fucili? Io nel dubbio mi faccio trovare preparato. Ho già messo i sacchi di sabbia alle finestre, ho fatto scorta di scatolame alla coop, mentre per le armi mi sto arrangiando.

 

Lapidi di carta

aprile 5th, 2011

Ma non ti danno un po’ di dispiacere quei corpi stesi in fondo al mare?

Non ti fanno piangere quelle lapidi di carta su quei corpi anonimi di giovani uomini che il mare ha voluto consegnare alla terra? Non riesci a pensare al dolore di chi non ha una tomba su cui piangere? Non ti dà un po’ di dispiacere quel foglio di carta?

Non ti danno un po’ di dispiacere quelle madri e quei padri che aspettano una telefonata, una lettera, una notizia? Non riesci a immaginare il loro pianto quotidiano sulla porta di casa mentre sognano il ritorno dei loro figli? Non riesci a pensare ai sorrisi strozzati? Ai pianti continui? Alle preghiere? Agli occhi lucidi? Alla vita che si ferma? Non ti danno un po’ di dispiacere queste vite spezzate?

Non riesci proprio a immaginare un bambino che aspetta il ritorno del padre? I letti vuoti? Le fotografie sorridenti bagnate dai pianti di giovani donne? I vestiti polverosi? Le scarpe sulla soglia di casa? I ricordi frantumati? I sogni finiti? La morte che abita corpi vivi? L’assenza? Il senso di colpa che uccide? Non ti dà un po’ di dispiacere tutto questo dolore? Non ti devasta un po’?

Non riesci proprio a immaginare gli ultimi istanti della vita di un uomo mentre tenta invano di risalire? Di respirare ancora una volta? Non riesci a sentire il peso della pressione che aumenta, la speranza che abbandona, le braccia che smettono di muoversi, le gambe ferme, i polmoni che scoppiano? Non riesci a immaginare un uomo che cade, precipita verso l’abisso, chiude gli occhi e affonda, affonda, affonda? Non ti dà un po’ di dispiacere quest’uomo che muore?

Fatjona