Inizi

settembre 3rd, 2010
La canzone con il più bell’inizio della storia del rock è contenuta in “August and Everything After” dei Counting Crows e s’intitola “Round Here”. La frase con cui attacca sembra un’unica lunghissima parola e Adam Duritz la pronuncia tutta d’un fiato.
Step out the front door like a ghost
into the fog where no one notices
the contrast of white on white.

The Fixer: riparatore o stalker?

luglio 8th, 2010

La voce di Eddie Vedder pronuncia senza esitazioni e le strofe di The Fixer, un pezzo tirato e trascinante in pieno stile Pearl jam. Cosi trascinate che si rischia di sorvolare su di un testo più complesso di quello che sembra e forse anche di quello che lo stesso Vedder avrebbe immaginato. Ci si fa coinvolgere da quello strano ottimismo del Fixer che riaggiusta tutto. Qualcosa di vecchio, qualcosa che non brilla, qualcosa che è stato perso, qualcosa che è noioso. Gli inglesi e gli americani usano questo verbo, fix, aggiustare, un po’ per tutto. Si riaggiusta una relazione d’amore cosi come si riaggiusta una lavatrice. E se in un epoca in cui si rimettono in discussione le abitudini di consumo che ci fanno buttare qualsiasi cosa al primo guasto può essere giusto rivalutare la figura dell’Uomo Attrezzo che ripara tutto, bisogna dire che le relazioni non sono lavatrici. E quel “when somethings gone, I wanna fight to get it back again” può suonare come una prova d’amore, di impegno o di forza di volontà, ma anche come una minaccia. Dov’è il confine tra la voglia di non arrendersi alla prima difficoltà e l’ostinazione, il non rassegnarsi a non capire che quando una storia è finita non c’è più niente da fare? Dov’è il confine tra l’innamorato e lo stalker? Recentemente abbiamo assistito a diversi omicidi di ragazze da parte di ex che non si erano rassegnati e hanno cercato di riprendersi quello che avevano perso. Quando non ci si riesce però a volte si finisce per distrugge il giocattolo. O in questo caso una vita. Se non posso averlo io non può averlo nessuno. Il Fixer può essere l’uomo attrezzo o una Pollyanna che cerca di far andare tutti d’amore e d’accordo e vede il positivo dappertutto. Ma può anche essere una persona ossessionata dalla fine naturale delle cose.

Luca Sofri sul divano di demopazzia

aprile 10th, 2010

Luca Sofri a Un mercoledì da scrittori

“Scrivere di musica è come ballare di architettura” scrive Luca Sofri in Playlist citando Frank Zappa. E parlarne è ancora più difficile. La serata di "Un mercoledì da scrittori" infatti ha vissuto momenti alterni. Più intimi e di raccoglimento quelli legati alla musica. Più spensierati e divertenti quelli legati al blog e al mondo del giornalismo.
Sofri ci ha confessato di vivere la musica come una dipendenza. Non riesce letteralmente a stare senza musica e vive il silenzio come una mancanza. Cosi ancora riesce a commuoversi, persino a piangere, riascoltando in cuffia una canzone come “Fotografia” di Enzo Jannacci. Da qui forse il pudore con il quale ce ne ha parlato. E’ un bene o un male questo legame cosi forte con le canzoni, si chiede.
Per me, che ho letto e apprezzato Playlist, senz’altro un bene. Forse perché condivido quel legame. E perché spesso la musica diventa un modo per fuggire da un mondo a volte spiacevole o semplicemente troppo complicato. Da qui la somiglianza con la droga.
Le letture di alcuni brani del libro affidati a Teatri d’Imbarco, gruppo teatrale fiorentino, hanno dato vita alle pagine in cui sono raccolti gli aneddoti e i testi riguardanti le canzoni di Playlist. Sofri all’inizio della serata si era detto perplesso della notizia che qualcuno avesse trovato delle pagine da poter leggere in pubblico.
In realtà sono stati alcuni dei momenti più intensi e apprezzati. Sia per la qualità dell’interpretazione sia perché ognuno di noi, anche chi non aveva letto il libro, si è ritrovato nelle riflessioni di Sofri a proposito di canzoni che hanno fatto la storia degli ultimi 60 anni. Come “Fiori di rosa fiori di pesco”. E anche su quelle a proposito degli stravolgimenti del mondo musicale. Dal ricordo dei registratori a cassetta, all’avvento degli mp3, grazie al quale l’uomo è libero di tornare ad essere Dj.
Dj come i curatori di Internazionale, che giustamente ci fa notare Sofri, è l’unico giornale oggi amato dai propri lettori. Grazie forse al legame che si crea tra chi legge le notizie e chi le seleziona per lui. Come tra l’altro avviene in un blog.
Se la musica può essere un fatto estremamente privato ed intimo il blog è infatti la manifestazione pubblica più diretta per una singola persona. È questa la caratteristica fondamentale di un blog. Non tanto la possibilità di interagire con i lettori. Anche se da poche settimane pure su Wittgestein è possibile commentare.
Sofri ci racconta che è stato prima blogger, con Wittgestein, che giornalista. Le sue collaborazioni con riviste e quotidiani sono sempre più saltuarie, mentre ha da poco terminato la sua esperienza come conduttore del programma radiofonico Condor. Il salto alla professione è avvenuto quasi per caso e forse anche grazie alla sua abilità di reperire informazioni attraverso la rete quando ancora non erano in molti a sapere cosa fosse il web.
Nel quale ancora oggi si muove come fosse il suo ambiente naturale.
Se avete letto qualche volta “Notizie che non lo erano”, sulla Gazzetta o su Wittgestein, sapete quello di cui sto parlando. Infatti il pubblico ascolta divertito Sofri parlare dell’invenzione di notizie come quella della presunta crisi tra la Canalis e Clooney per l’abitudine di quest’ultimo a preferirle una partita di poker on line con Matt Damon e Ben Affleck. Perché ormai chi non si informa attraverso la rete, con buona pace di Napolitano, vive in una realta parallela. Finta direi.
Così il racconto dell’epopea di Tommaso Debenedetti diventa quasi un pezzo di teatro. Sia per la caratteristica del personaggio, “l’uomo che si inventava le interviste”, sia perché Sofri la racconta con modi e tempi teatrali che richiamano l’attenzione e scatenano l’ilarità di un pubblico ancora partecipe dopo più di due ore di chiacchiere.
 
[p.s. questa intervista non me la sono inventata. Ci sono le prove e i testimoni. Chiedete a Galatea che nel pomeriggio ha intrattenuto il pubblico con una lezione su Blog e Social Network]
[p.s. qui sotto il video dell'interpretazione di Giovanni di Teatri d'Imbarco di "Fiori di rosa fiori di pesco" da Playlist ]

Cantate stronzi

aprile 9th, 2010

 

There is this thing that’s like fucking except you don’t phuck
C’è questa cosa che è come scopare eccetto il fatto che non scopi
Back in the day it just went without saying at all
Una volta si sarebbe fatto e basta
All the world’s history gradually dying of shock
Tutta la storia del mondo sta poco a poco morendo di shock
There is this thing it’s like talking except you don’t talk
C’è questa cosa che è come parlare eccetto il fatto che non parli
 
You sing
Canta

Sing for the bartender sing for the janitor sing

Canta per il barista canta per il custode canta
Sing for the cameras sing for the animals sing
Canta per le telecamere canta per gli animali canta
Sing for the children shooting the children sing
Canta per i bambini che sparano ai bambini canta
Sing for the teachers who told you that you couldn’t sing
Canta per gli insegnanti  che dicevano che non avresti potuto cantare
Just sing
Canta

There is thing thing keeping everyone’s lungs and lips locked

C’è questa cosa che tiene chiusi i polmoni e le labbra di tutti
It is called fear and it’s seeing a great renaissance
È chiamata paura ed è la paura di un grande successo
After the show you can not sing wherever you want
Ma dopo lo show tu non potrai cantare dovunque tu voglia
But for now let’s just pretend we’re all gonna get bombed
Per il momento fingiamo che moriremo sotto le bombe
So sing
Canta

Sing cause its obvious sing for the astronauts sing

Canta perché è ovvio canta per gli astronauti canta
Sing for the president sing for the terrorists sing
Canta per il presidente canta per il terrorista canta
Sing for the soccer team sing for the janjuweed sing
Canta per la squadra di calcio canta per i guerriglieri canta
Sing for the kid with the phone who refuses to sing
Canta per il bambino con il telefono che si rifiuta di cantare
Just sing
Canta

Life is no cabaret
La vita non è cabaret
We don’t care what you say
Non c’importa quello che dite
We’re inviting you anyway
Noi ve lo diciamo comunque
You motherfuckers you’ll sing someday…
E un giorno canterete anche voi stronzi
[per questa devo ringraziare Luca e Playlist]

Everybody likes banana. The Swell Season a Ferrara

febbraio 7th, 2010
Non mi ero mai sentito cosi solo come al concerto di Venerdì sera. Non a causa della compagnia. Non perché la sala fosse vuota. I 288 posti della Sala Estense di Ferrara erano tutti occupati. Al nostro arrivo c’erano già 282 persone ad aspettare che sul palco salissero Glen Hansard e Marketa Irglova. Ufficialmente The Swell Season. Ci siamo seduti negli ultimi sei posti disponibili dell’ultima fila che sembravano esser stati lasciati apposta per noi.  Siamo arrivati infatti qualche minuto oltre l’orario previsto per l’inizio del concerto e dopo un viaggio ed un parcheggio davvero improbabili.
Il fatto è che in alcuni casi sento il bisogno di astrarmi dal mondo che mi circonda ed essere invaso dalla sola musica. Il posto in cui ero seduto però non mi aiutava. Gente che entrava ed usciva. Le tende del teatro lasciate aperte dal via vai che facevano entrare la luce illuminando il cranio del soggetto seduto davanti a me. La lontananza, nemmeno troppa a dire il vero, che rendeva l’audio un capello sotto al volume che avrei desiderato. Ho vissuto metà del concerto un po’ a disagio per questi ed altri motivi.
Fino a che mi sono alzato per avvicinarmi al palco e rimanere a seguire il concerto in piedi a lato della platea. Dopo una breve pausa il gruppo era appena rientrato per suonare “Falling Slowly” la canzone che ha fatto loro vincere un Oscar.
Se non si considera il fatto che negli ultimi due anni non ho praticamente ascoltato altro che non fossero le canzoni del film “Once” e quelle dei The Frames e che, da qualche mese, “Strict Joy” sia in loop in tutti dispositivi atti alla riproduzione di file musicali di mia appartenenza, dall’autoradio all’iPod, è difficile comprendere il fastidio arrecatomi da ogni possibile fattore di distrazione.
Sembrerà bizzarro ma per me il concerto e la musica in generale significano più isolamento che condivisione. La musica è come un posto in cui rifugiarmi e trovare la solitudine di cui parlavo all’inizio. Solo che a volte è troppa.
E non perché la musica degli Swell Season sia deprimente.  Glen usa un aneddoto per prendersi gioco di quelli che lo pensano. Racconta che sua nipote dopo aver ascoltato un suo concerto gli abbia chiesto perché fosse cosi triste. Allora ha scritto una canzone allegra apposta per lei. “Banana Man”. Nel bel mezzo di quel pezzo delirante in cui Hansard canta quasi come fosse Shaggy, dalla galleria qualcuno comincia a lanciare sul palco delle banane che poi lui impugnerà come due pistole per sparare al pubblico alla fine della canzone.
Ce ne sono stati molti altri di momenti di ilarità. Come quando ha inserito il ritornello della canzone appena citata in un pezzo di una intensità straordinaria, la cover di “Astral Weeks” di Van Morrison. Prima di suonarla ha chiesto scusa alla sua chitarra che, dice Glen, lo manda a fare in culo ogni volta che si appresta ad eseguirla. La chitarra è quella con il buco in mezzo. Quella che potete vedere nel film “Once” e in tutti i video che si possono trovare in rete. C’è chi dice che sia la stessa da almeno 17 anni. Chi dice che la usi da quando ne aveva 12. Si racconta che la casa costruttrice gliene abbia offerta una nuova purché la smettesse di farsi vedere in giro con quel rottame rovinandone l’immagine.
Ma se in alcuni momenti ho riso fino alle lacrime in altri ho dovuto trattenermi dal piangere. Come durante l’esecuzione di “Lies”.
La solitudine. Oltre al rapporto esclusivo che si tende a stabilire tra te e colui che pensi riesca ad esprimere meglio di quanto tu potrai mai fare ciò che senti è dovuta anche probabilmente al fatto che le canzoni di Glen Hansard sono tutte canzoni d’amore. Amori perduti, amori ritrovati, amori tormentati. Ed al fatto che tutti gli amori di cui le canzoni che Glen Hansard stava interpretando con cosi tanta intensità si riferissero per me a persone che fanno parte ormai del mio passato. Tutte. Anche se diverse. Anche se adesso in paesi lontani o presenti in sala.
Di concerti ormai ne ho visti più di qualcuno. Sono pochi i gruppi che andresti a vedere di nuovo. Perché suonare dal vivo non significa rifare le canzoni che hai inciso sul cd. Significa dare qualcosa di se stessi al pubblico. Glen ci lascia quasi le dita, violenta la chitarra più volte, ci gioca, si prende in giro da solo, guarda negli occhi le persone che ha davanti. Si diverte. È un’esplosione di vita. Non avevo mai visto niente di simile.
Ad un certo punto rimane solo. Si allontana dal microfono e si spinge fin sul bordo del palco. Mentre inizia a suonare “Say It To Me Now” senza alcuna amplificazione in una sala di quasi 300 persone si ode un rutto roboante. Glen ringrazia e si fa una risata mentre conclude l’introduzione e prima di cominciare a cantare una delle canzoni più belle del suo intero repertorio. La sua voce e la sua chitarra riempiono l’intera sala anche senza l’aiuto di un microfono e delle casse. Alla fine romperà anche un paio di corde. Succederà almeno altre due volte. Durante “When Your Minds Made Up” e “High Horses”.
Marketa è invece una presenza discreta ma carismatica. Per la maggior parte del tempo se ne sta seduta al piano, dando quasi le spalle al pubblico, con un vestito verde ed i lunghi capelli lisci e biondi che non si scompongono quasi mai a differenza della rossa chioma di Glen. Poi si prende il palco per alcune canzoni tra cui “I Have Loved You”, "Fantasy Man" e “If You Want Me”. Sembra timidissima, riesce a malapena a presentare le canzoni che sta per cantare, eppure se ne sta in piedi con una chitarra quasi più grande di lei davanti ad una platea che si ammutolisce per ascoltarne la voce.
L’ultima volta che mi sono fatto fare un autografo era il 1982. Avevo 8 anni e riuscii ad avere le firme di quasi tutti i giocatori della Fiorentina del “quasi scudetto”. L’altra sera invece ho preso il cd acquistato prima dell’inizio del concerto e quando la Irglova è uscita mi sono messo in coda per farglielo firmare. Rendendomi conto per l’ennesima volta fino a che punto una donna riesca a far rincoglionire un uomo. Fino a farlo sentire un bambino di 8 anni che arrossisce anche solo a guardarla negli occhi e dirle che è stato un gran concerto. L’ultima volta che avevo acquistato un cd invece ormai non lo ricordo neppure anche se sicuramente di tempo ne è passato molto meno. Ma ne valeva la pena. “Strict Joy” è meraviglioso.
Il concerto che si era aperto con “Low Rising”, “The Rain” e "In These Arms" e che ci ha regalato due splendidi inediti come "High Hope" e "Happiness", si chiude con "Devil Town" di Daniel Johnston. L’unica altra cover della serata oltre alla già citata "Astral Weeks" e a "Blue Eyes Crying In The Rain". Glen Hansard invita il pubblico a schioccare le dita a tempo mentre la intona. Poi lo invita a cantarne il ritornello. E piano piano mentre il pubblico schiocca le dita e canta da solo la canzone tutta la band si incammina verso l’uscita per ritornare sul palco a salutare quando ormai tutto il teatro è in piedi ad applaudire e ululare da un bel po’.