dicembre 5th, 2010

Un clone di Vanna Marchi. Se state cercando lavoro vi capiterà di imbattervi anche in soggetti come questo. Una signora sui 55 con i capelli biondo finto corti e scolpiti col gel che cerca di vendervi un posto nella sua squadra di discepoli.
Si perché il colloquio di gruppo è solo un’occasione nella quale mettere in mostra tecniche di vendita imparate in qualche corso aziendale e perfezionate in anni di pratica. È chiaro che dei presenti nessuno verrà scartato. Nessuno di quelli che accetteranno di lavorare per la sosia di Vanna Marchi costerà alla sua azienda un centesimo in quanto verrà pagato solamente se riuscirà a vendere. Infatti la ragazza accanto a me, dopo avermi dato qualche occhiata per condividere un po’ di disprezzo, mi saluta, si alza e se ne va prima del previsto. Come me doveva avere partecipato già a troppi colloqui di questo tipo.
Che poi chiamarli colloqui sarebbe un errore dal momento che in un colloquio sono almeno due le voci. In questi incontri invece si assiste di solito ad un monologo interrotto solamente da qualche frase di assenso dei presenti più affascinati dall’oratoria dei nuovi profeti della vendita. In poco meno di un’ora vi capiterà di ascoltare di tutto. La Vanna Marchi in questione ha voluto condividere con noi la sua visione della crisi. Secondo la nostra profeta saremo solo agli inizi. Questa sarebbe “la crisi vacche grasse”. Quella vera dovrebbe ancora arrivare e durerà fino al 2018. Può anche darsi che abbia ragione ma se uno a quel punto si alza e se ne va c’è da capirlo.
Personalmente mi sarei alzato quando ci ha voluto far dono dell’esperienza di una sua collega che, poverina, dice non riuscisse a trovare una persona da impiegare nella sua azienda. Il clone di Vanna Marchi sosteneva infatti che l’Italia sia piena di aziende che cercano lavoratori. Sembra quasi che la gente non voglia lavorare. Cominciava a darmi un po’ sui nervi. Ora io in effetti se potessi starei benissimo senza lavorare e non me ne vergognerei, se non fosse che questo mondo è fatto in un modo per cui non si può far senza. Dato per scontato questo ho fatto presente alla signora in vena di verità e profezie che forse le cose staranno anche come dice lei ma io solo in questi ultimi mesi ho mandato curriculum ad almeno 200 diverse aziende che avevano pubblicato annunci su diversi siti. Neanche un colloquio a parte quello farsa a cui stavo partecipando. La finta Vanna Marchi è rimasta un po’ spiazzata. Difficilmente a questi comizi qualcuno osa contraddirla e così non ha saputo rispondere altro che il mio profilo era un po’ particolare ed ha ricominciato a raccontarci un’altra storia su una sua dipendente. Un’altra ragazza nel frattempo aveva preso a discutere con la venditrice di lavoro.
In fondo eravamo venuti tutti per essere “selezionati” non per essere “convinti”. Sa hai bisogno di convincere a lavorare per te delle persone che sono senza un lavoro, hanno risposto al tuo annuncio e sono venute a quella farsa di colloquio, significa proprio che anche tu sai che lavoro di merda stai cercando di vendergli.
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agosto 12th, 2010
Se non è facile far capire ai miei amici perché per il secondo anno consecutivo sono andato a passare le mie vacanze in Bosnia è ancora più difficile farlo capire ai ragazzi che in Bosnia ci stanno e ci vedono arrivare tutti gli anni ma che raramente te lo chiedono, riservati come sono. Quest’anno poche ore prima di partire durante un pranzo a base di pasta cui avevamo invitato due ragazzi di Zavidovici quella domanda è uscita fuori.
“Perché voi italiani venite qua in Bosnia?”
Dietro a quelle poche parole ce ne stanno tante altre. Con “voi italiani” voleva intendere voi che avete tutto e potreste andare ovunque volete. Con “qua in Bosnia” voleva intendere in questo posto, dove non c’è niente da vedere o da fare e da dove chiunque può se ne va o se ne è già andato. Chi me lo chiedeva vive la maggior parte dell’anno negli Stati Uniti e torna nella sua città a passare le vacanze, trovare i vecchi amici, e partecipare agli stessi centri estivi cui partecipiamo noi.
“Bella domanda” ha detto Francesca ridendo. Nessuno sapeva bene cosa rispondere. Non è facile spiegare che ci vai perché per alcuni aspetti preferisci la Bosnia all’Italia visto che forse sono proprio quegli aspetti che spingono chi ci vive ad andarsene. Non è facile spiegare perché si va a fare volontariato in un determinato luogo senza porsi un gradino sopra chi in qualche modo quel volontariato lo riceve.
Per quanto mi riguarda è stato il caso che mi ha portato nel cuore della Bosnia lo scorso anno. Elena mi propose due settimane in un progetto di cooperazione internazionale in Bosnia ed io accettai senza nemmeno sapere che cosa sarei andato a fare. Solo un paio di settimane prima di partire venni a sapere che si trattava di fare animazione nei centri estivi in una piccola città della Bosnia centrale e nello stesso momento conobbi il motivo per cui quel progetto si svolgeva esattamente in quella città.
Ci sono tornato perché in quelle due settimane si sono stabilite delle relazioni. Tra me e gli altri fiorentini con cui ci sono andato. Tra me e i ragazzi di alba da cui nasce il progetto. Tra me e gli animatori bosniaci. Tra me e i ragazzini con cui mi diverto a fare il bambino. Tra me e la città di Zavidovici, il treno abbandonato sulla ferrovia, il cevapi, il Krivaja, la Bosna e il Gostovici, il Bosnian way of life, l’accoglienza delle persone della città. Tra me e la Bosnia di cui sapevo poco e niente finché non sono tornato ed ho cominciato a scoprirla. Relazioni cosi intense che in questi giorni camminando per le stradine della città avevo la netta sensazione di essere a casa. Come se quelle due settimane fossero la normale continuazione della mia vita quotidiana, come se non ci volessero quindici ore di macchina, come se non parlassimo una lingua completamente diversa.
Si tratta di relazioni dunque. Lo stesso progetto è il frutto di relazioni personali nate durante la guerra ma che sono durate e si sono trasformate negli anni. Solo col passare del tempo ho scoperto tutti gli anelli della catena che ha fatto in modo che io mi trovassi a Zavidovici. Oggi sarebbe stupido e anche presuntuoso pensare di andare là credendo di salvare qualcuno o di cambiargli la vita. Se quelle due settimane cambiano la vita a qualcuno la cambiano a chi ci va e torna a casa diverso da come era partito.
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febbraio 7th, 2010
Non mi ero mai sentito cosi solo come al concerto di Venerdì sera. Non a causa della compagnia. Non perché la sala fosse vuota. I 288 posti della Sala Estense di Ferrara erano tutti occupati. Al nostro arrivo c’erano già 282 persone ad aspettare che sul palco salissero Glen Hansard e Marketa Irglova. Ufficialmente The Swell Season. Ci siamo seduti negli ultimi sei posti disponibili dell’ultima fila che sembravano esser stati lasciati apposta per noi. Siamo arrivati infatti qualche minuto oltre l’orario previsto per l’inizio del concerto e dopo un viaggio ed un parcheggio davvero improbabili.
Il fatto è che in alcuni casi sento il bisogno di astrarmi dal mondo che mi circonda ed essere invaso dalla sola musica. Il posto in cui ero seduto però non mi aiutava. Gente che entrava ed usciva. Le tende del teatro lasciate aperte dal via vai che facevano entrare la luce illuminando il cranio del soggetto seduto davanti a me. La lontananza, nemmeno troppa a dire il vero, che rendeva l’audio un capello sotto al volume che avrei desiderato. Ho vissuto metà del concerto un po’ a disagio per questi ed altri motivi.
Fino a che mi sono alzato per avvicinarmi al palco e rimanere a seguire il concerto in piedi a lato della platea. Dopo una breve pausa il gruppo era appena rientrato per suonare “Falling Slowly” la canzone che ha fatto loro vincere un Oscar.
Se non si considera il fatto che negli ultimi due anni non ho praticamente ascoltato altro che non fossero le canzoni del film “Once” e quelle dei The Frames e che, da qualche mese, “Strict Joy” sia in loop in tutti dispositivi atti alla riproduzione di file musicali di mia appartenenza, dall’autoradio all’iPod, è difficile comprendere il fastidio arrecatomi da ogni possibile fattore di distrazione.
Sembrerà bizzarro ma per me il concerto e la musica in generale significano più isolamento che condivisione. La musica è come un posto in cui rifugiarmi e trovare la solitudine di cui parlavo all’inizio. Solo che a volte è troppa.
E non perché la musica degli Swell Season sia deprimente. Glen usa un aneddoto per prendersi gioco di quelli che lo pensano. Racconta che sua nipote dopo aver ascoltato un suo concerto gli abbia chiesto perché fosse cosi triste. Allora ha scritto una canzone allegra apposta per lei. “Banana Man”. Nel bel mezzo di quel pezzo delirante in cui Hansard canta quasi come fosse Shaggy, dalla galleria qualcuno comincia a lanciare sul palco delle banane che poi lui impugnerà come due pistole per sparare al pubblico alla fine della canzone.
Ce ne sono stati molti altri di momenti di ilarità. Come quando ha inserito il ritornello della canzone appena citata in un pezzo di una intensità straordinaria, la cover di “Astral Weeks” di Van Morrison. Prima di suonarla ha chiesto scusa alla sua chitarra che, dice Glen, lo manda a fare in culo ogni volta che si appresta ad eseguirla. La chitarra è quella con il buco in mezzo. Quella che potete vedere nel film “Once” e in tutti i video che si possono trovare in rete. C’è chi dice che sia la stessa da almeno 17 anni. Chi dice che la usi da quando ne aveva 12. Si racconta che la casa costruttrice gliene abbia offerta una nuova purché la smettesse di farsi vedere in giro con quel rottame rovinandone l’immagine.
Ma se in alcuni momenti ho riso fino alle lacrime in altri ho dovuto trattenermi dal piangere. Come durante l’esecuzione di “Lies”.
La solitudine. Oltre al rapporto esclusivo che si tende a stabilire tra te e colui che pensi riesca ad esprimere meglio di quanto tu potrai mai fare ciò che senti è dovuta anche probabilmente al fatto che le canzoni di Glen Hansard sono tutte canzoni d’amore. Amori perduti, amori ritrovati, amori tormentati. Ed al fatto che tutti gli amori di cui le canzoni che Glen Hansard stava interpretando con cosi tanta intensità si riferissero per me a persone che fanno parte ormai del mio passato. Tutte. Anche se diverse. Anche se adesso in paesi lontani o presenti in sala.
Di concerti ormai ne ho visti più di qualcuno. Sono pochi i gruppi che andresti a vedere di nuovo. Perché suonare dal vivo non significa rifare le canzoni che hai inciso sul cd. Significa dare qualcosa di se stessi al pubblico. Glen ci lascia quasi le dita, violenta la chitarra più volte, ci gioca, si prende in giro da solo, guarda negli occhi le persone che ha davanti. Si diverte. È un’esplosione di vita. Non avevo mai visto niente di simile.
Ad un certo punto rimane solo. Si allontana dal microfono e si spinge fin sul bordo del palco. Mentre inizia a suonare “Say It To Me Now” senza alcuna amplificazione in una sala di quasi 300 persone si ode un rutto roboante. Glen ringrazia e si fa una risata mentre conclude l’introduzione e prima di cominciare a cantare una delle canzoni più belle del suo intero repertorio. La sua voce e la sua chitarra riempiono l’intera sala anche senza l’aiuto di un microfono e delle casse. Alla fine romperà anche un paio di corde. Succederà almeno altre due volte. Durante “When Your Minds Made Up” e “High Horses”.
Marketa è invece una presenza discreta ma carismatica. Per la maggior parte del tempo se ne sta seduta al piano, dando quasi le spalle al pubblico, con un vestito verde ed i lunghi capelli lisci e biondi che non si scompongono quasi mai a differenza della rossa chioma di Glen. Poi si prende il palco per alcune canzoni tra cui “I Have Loved You”, "Fantasy Man" e “If You Want Me”. Sembra timidissima, riesce a malapena a presentare le canzoni che sta per cantare, eppure se ne sta in piedi con una chitarra quasi più grande di lei davanti ad una platea che si ammutolisce per ascoltarne la voce.

L’ultima volta che mi sono fatto fare un autografo era il 1982. Avevo 8 anni e riuscii ad avere le firme di quasi tutti i giocatori della Fiorentina del “quasi scudetto”. L’altra sera invece ho preso il cd acquistato prima dell’inizio del concerto e quando la Irglova è uscita mi sono messo in coda per farglielo firmare. Rendendomi conto per l’ennesima volta fino a che punto una donna riesca a far rincoglionire un uomo. Fino a farlo sentire un bambino di 8 anni che arrossisce anche solo a guardarla negli occhi e dirle che è stato un gran concerto. L’ultima volta che avevo acquistato un cd invece ormai non lo ricordo neppure anche se sicuramente di tempo ne è passato molto meno. Ma ne valeva la pena. “Strict Joy” è meraviglioso.
Il concerto che si era aperto con “Low Rising”, “The Rain” e "In These Arms" e che ci ha regalato due splendidi inediti come "High Hope" e "Happiness", si chiude con "Devil Town" di Daniel Johnston. L’unica altra cover della serata oltre alla già citata "Astral Weeks" e a "Blue Eyes Crying In The Rain". Glen Hansard invita il pubblico a schioccare le dita a tempo mentre la intona. Poi lo invita a cantarne il ritornello. E piano piano mentre il pubblico schiocca le dita e canta da solo la canzone tutta la band si incammina verso l’uscita per ritornare sul palco a salutare quando ormai tutto il teatro è in piedi ad applaudire e ululare da un bel po’.
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febbraio 1st, 2010

Lu invece viene dalla Cina, anche se ancora non ho scoperto da quale parte. Ha undici anni e non parla ancora molto bene l’italiano. È timidissima. Parla senza quasi emettere un suono e se si muove lo fa come se non volesse dar fastidio all’aria che sposta. Quando qualcosa la imbarazza, e succede molto spesso, sorride mettendosi una mano davanti alla bocca.
Come quando le ho chiesto di scrivere, in un petalo del fiore che aveva disegnato, una cosa che le piace della città in cui vive adesso ed una che non le piace. Un bambino ha aiutato Lu ha capire quello che le stavo chiedendo. Entrambe le volte dopo aver risposto ha riso. Poi ho letto il petalo. Le piace che Campi sia silenziosa. Non le piace che ci siano cosi tanti cinesi. Questa volta ho sorriso io.
Mi è sembrato bizzarro. Anche se poi tornando a casa ho pensato che se mi avessero fatto la stessa domanda quando stavo a Londra probabilmente avrei dato la stessa risposta. Ci sono troppi italiani.
Lu è ancora troppo piccola per vivere la presenza e l’arrivo di altri suoi connazionali come una minaccia al posto che si è guadagnata nella società di accoglienza. Può darsi che le ricordi troppo da vicino il luogo da cui proviene. Nel caso in cui lo amasse gliene farebbe sentire fin troppo la mancanza. Nel caso in cui lo odiasse vorrebbe dire non essere fuggita abbastanza lontano.
O forse più semplicemente prova quello che provavo io ed esprime il desiderio di essere considerata per quello che è e non per quello di cui fa, o dovrebbe far parte. Non una delle tante cinesi. Solo Lu.
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gennaio 30th, 2010
Aminata ha un sorriso immenso e la pella scura come la notte. È più alta di me. Di parecchio. Ed è bellissima. Alla fine della prima giornata del corso di cittadinanza attiva abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di valutare le ore passate insieme scegliendo un’immagine tra le tante che abbiamo messo a disposizione sparpagliate sul tavolo.
Aminata non ne ha scelta nessuna. Quando è stato il suo turno ci ha spiegato il perché. Ce lo ha spiegato a parole nonostante ancora il suo italiano non sia perfetto. Perché l’immagine che cercava non c’era ma voleva lo stesso dirci come si sentiva.
Aveva pensato alla mattinata come ad una strada. Cercava l’immagine di una strada.
Ci ha raccontato di essersi iscritta a questo corso perché in ogni paese ci sono regole e usanze diverse. Lei è qui da poco con la sua bambina e ci confessa di avere sempre il timore di fare qualcosa di sbagliato. Si è iscritta, al corso di cittadinanza attiva e a quello di italiano per stranieri, perché vuol sapere come muoversi, come fare le cose per bene. Si è iscritta perché pensa che possiamo indicargli la strada che lei vuol seguire.
Quando le chiediamo come si immagina il suo futuro, che cosa desidera, dove dovrebbe portarla quella strada, ci ha detto che vorrebbe trovare un lavoro e desidera solo una vita tranquilla, per se stessa e soprattutto per sua figlia. Riuscire a darle quello di cui ha bisogno.
Alla fine ci ha ringraziato per le cose che sta imparando e perché sente di esserci davvero su quella strada. Noi abbiamo ringraziato lei perché quello che ha detto è il riconoscimento più bello per chi fa questo lavoro. Anche se per un attimo siamo rimasti noi senza parole. E senza immagini.
[“Alla ricerca di una vita tranquilla” è anche il titolo di un saggio di Dario Melossi che se potessi consiglierei a tutti di leggere. Lo trovate
qui. Sempre che vi interessi sapere davvero cosa voglia dire migrare in un paese straniero.]
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