Io Inculco

febbraio 27th, 2011

Nelle parole di Berlusconi sulla scuola e i principi c’è il tema della “libertà”, che Leonardo ha già affrontato su piste, ricordando che ognuno è libero di mandare i bambini ad una scuola privata, se non gli piace quella pubblica, ma che questa scuola non gliela dovrebbero pagare i cittadini con le tasse; e quello secondo nella scuola di Stato qualcuno possa insegnare ai bambini dei principi che sono diversi da quelli dei loro genitori.

Ora questa seconda parte della frase può essere letta in due modi.

Il primo è che tutti i genitori abbiano gli stessi principi e che questi principi siano gli stessi di Berlusconi, che li rappresenta ontologicamente, ma che gli insegnanti siano di ostacolo alla catena di trasmissione dei principi costituita da questi tre anelli: Berlusconi – Genitori – Figli. Ovviamente in tutto questo non è previsto né che gli insegnanti possano avere figli (perché altrimenti ci sarebbero bambini che vanno a scuola e hanno genitori con gli stessi principi degli insegnanti che cercano di inculcarglieli) né che ci siano persone con principi diversi da quelli di Berlusconi.

Il secondo modo di leggere l’affermazione di Berlusconi, infatti, sarebbe quello dell’insegnamento personalizzato. Ogni bambino avrebbe cioè diritto a un’educazione in linea con i principi dei propri genitori. Quindi se i genitori sono dei nazisti, gli si dovrà insegnare a bruciare ebrei e adorare Hitler, se i genitori sono comunisti dovranno mandare a memoria Il Capitale di Marx e salutare col pugno chiuso, se i genitori sono Berlusconiani dovremo insegnargli almeno a corrompere le persone e rispondere con barzellette stupide a domande serie, se i genitori sono ignoranti non gli si dovrà insegnare niente.

Il primo è allucinante il secondo assurdo.

Io non sono un insegnante, però da qualche anno a questa parte mi capita, per lavoro, di andare nelle scuole a cercare di “inculcare” alcuni principi. Uno di questi è per esempio quello di non adottare comportamenti mafiosi o pseudo mafiosi, come non denunciare un ricatto alle autorità, non assumere stallieri mafiosi etc. Un altro però è anche quello che non si discrimina nessuno, non si discriminano neanche le persone basse di statura e poco intelligenti.

Cerco di essere imparziale insomma.

L’omofobia non esiste

marzo 22nd, 2010

In provincia di Bergamo, i ragazzi di un Liceo intitolato a Don Milani, stanno tentando di organizzare un incontro sul tema dell’omosessualità nelle aule dell’istituto, con alcuni esponenti del Circolo di cultura omosessuale Milk. Il problema è sorto quando i genitori hanno scoperto che ha parlare di omosessualità ci sarebbero stati nientemeno che degli omosessuali. Il consiglio di Istituto ha bocciato l’iniziativa e se in un primo momento la Preside aveva stigmatizzato “l’estrema gravità delle affermazioni omofobe di alcune persone” ha poi tentato di ridimensionare l’accaduto sostenendo che “se l’associazione Milk non ci sarà, è perché le finalità di quell’incontro sono altre e non perché in questa scuola c’è gente omofoba”.
E’ probabile che quella scuola sia l’unico luogo dove non esiste gente omofoba. Basta infatti dare un’occhiata ad alcuni commenti ricevuti dalla notizia su Il Giornale:
L’infezione
#1 orse66
Giusto! Questi "scherzi della natura" si vivino pure la loro vita,ma senza infettare quella degli altri!
Tediosi
#4 Ercolino
Adesso dico basta, questi gay mi hanno stufato, con la scua di essere riconosciuti tali, stanno invece tediando i nostri ragazzi. E allora in che mondo stiamo andando? In un mondo di gay? E’ questo quello che vogliamo? Forse siamo ancora in tempo a fermarci, ma come ?
Deviazione suina
#5 nonparlopiu 
siamo giunti al culmine della indecenza! una volta nelle scuole si organizzavano altri tipi di incontri culturali, oggi, mi sa, che, questa deviazione suina, stia diventando di moda e, non mancherà molto che lo imporranno per legge! invece, perchè non vengono organizzati incontri per spiegare ai ragazzi che significa essere etorosessuali? continuando di questo passo, credo che dovremo organizzarci noi in associazioni onde evitare di essere discriminati!
Creazionisti
#7 nickpaul
che schifo! Essi sono veramente dei deviati psicologicamente. La natura ci ha insegnato ad avere dei rapporti di diverso sesso, così siamo stati creati.
Poeti
#9 mistereaster :
spiegare a dei ragazzi giovani l’essere gay da un gay e come se uno spacciatore spiegasse ai ragazzi che la droga fa male
La par condicio
#12 lorenzo63
Ho dimenticato un particolare, questi studenti sono minorenni,quindi non avrebbe neanche dovuto arrivare una proposta del genere!!!!! Quelli che sono tanto in sintonia con i gay,dovrebbero promuovere per par-condicio un incontro con Rocco Siffredi che vi racconta quanto sono buone le patatine.
Deviare a sinistra
#14 voce nel deserto 
L’omosessualità è devianza. I ragazzi vanno comunque protetti dalla cultura deviata e deviante della sinistra.
Meritocrazia
#23 ager 
Hanno fatto bene i genitori. Essere omossessuali non è una colpa, ma neppure un merito. Quindi basta fare le vittime. Vivete la vostra sessualità ma non rompete le scatole. Basta con la vostra lobby i Busi i Magioglio ecc…
 
Ce ne sono altri, ma bastano per capire il motivo della necessità di un incontro con delle persone in carne e ossa che raccontano chi sono. Perché può darsi che abbia ragione la Preside. Probabilmente nessuno dei genitori di quella scuola ha pronunciato affermazioni del genere e allora è meglio provare a fare di tutto per evitare che lo facciano i loro figli in futuro. Magari dalla pagina dei commenti su Il Giornale.

 

Il multiplex della religione

marzo 2nd, 2010
Oggi una bambina “ariana” mi ha inventato in classe una chiesa polivalente. È raro assistere a tali momenti di creatività. Soprattutto non sollecitati direttamente. Non gli stavo facendo pipponi sui diritti umani come mio solito. I bambini dovevano solo progettare la loro città ideale e tra le varie cose proposte da loro c’era anche una chiesa. Arrivati alla votazione c’è stato chi ha obiettato che una chiesa sola non andava bene visto che ci sono persone che hanno religioni diverse. La risposta della futura nobel per la pace, bionda dalla pelle bianchissima e con gli occhi azzurri, è stata una chiesa che potesse ospitare tutte le religioni. E per il mio stupore nessun piccolo Maroni ha avuto da obiettare.
I bambini, una quinta elementare, si sono messi a discutere da soli semplicemente sul come farla funzionare. Per esempio come organizzare i turni. Mentre osservavo senza osare interromperli la maestra ha chiesto loro come avrebbero fatto con l’iconografia. Ho dovuto tradurre, ma non si sono arresi neppure di fronte a questo. C’è chi ha avanzato soluzioni tecnologiche come pareti ribaltabili, pannelli girevoli o elettronici e altari a scomparsa. Altrimenti c’è chi ha proposto, in mancanza di soldi per tutta questa tecnologia, la costruzione di un unico grande spazio con all’interno tanti altri spazi ognuno dedicato ad una religione diversa. Una chiesa polivalente, un outlet della spiritualità, un multiplex della fede.

Il pregiudizio spiegato a mio nonno

febbraio 18th, 2010

 

E la Costituzione spiegata a mia figlia, e il razzismo spiegato ai bambini e la democrazia spiegata a mio nipote. Bello sforzo. Avete mai provato a spiegare qualcosa ai genitori o ai nonni o agli zii. Ecco quando lo avrete provato allora forse potrete dire di essere capaci di spiegare qualcosa a qualcuno.
I bambini sanno che devono imparare, hanno voglia di imparare. Lo fanno anche quando dicono di non averne. Gli adulti invece non imparano neanche quando dicono di averne voglia. Gli adulti vogliono insegnare anche quando hanno davanti qualcuno da cui dovrebbero imparare. Li frega l’esperienza. O almeno quella che loro chiamano cosi. Hanno visto tutto e per ogni argomento di cui tu possa parlar loro hanno esempi aneddoti per dimostrarti che le cose stanno in un altro modo.
Ed è inutile tentare di spiegare loro che una maggiore esperienza non significa per forza e sempre una maggiore conoscenza. Anzi. Rischieresti di sentirti dare dell’arrogante.
Prova a spiegare il pregiudizio a tuo nonno
In una classe di adulti qualche giorno fa si parlava di regole di una comunità. La classe era composta da anziani e da stranieri. Appena si inizia a parlare di regole l’anziano italiano non può fare a meno di raccontarci che “loro” gettano lo sporco per terra e lui non può fare a meno di riprendere chi si comporta cosi. Ci chiede se questo sia razzismo. Racconta l’episodio con un candore che ha dell’incredibile visto che di fronte si trova una decina di “loro” seduti civilmente e li presenti proprio per conoscere meglio la comunità nella quale si trovano. A nulla sono serviti i due incontri precedenti nel quale li abbiamo invitati a conoscersi e a raccontarsi le loro storie. Fuori da quella classe tornano ad essere un “loro” indistinto pur provenendo dai quattro angoli del globo. Un “loro” che ha in comune una sola cosa. Il mancato rispetto delle regole. Nel caso gettare lo sporco per terra.
I modi di affrontare una domanda del genere potrebbero essere diversi.
Gli si potrebbe far notare che la stessa persona in luoghi diversi assume comportamenti diversi. Per cui lo stesso “negro” che getta la cartaccia per terra in Italia non lo farebbe in Svizzera. Lui potrebbe obiettare che gli svizzeri ti mettono in galera se lo beccano mentre in Italia non gli fanno niente. Anzi, se la prendono con gli italiani. E via cosi di luogo comune in luogo comune. Tu potresti sottolineare che di solito si imparano le regole di un luogo non consultando un manuale ma osservando il comportamento di coloro che ci circondano. Il che dovrebbe farci sorgere spontanea una domanda. La regola di cui si sta parlando è davvero cosi importante per gli italiani? O diventa importante solo quando ad infrangerla è una certa categoria di persone. Ma sarebbe inutile. Sarebbe dargli dell’idiota. E non ti ascolterebbe più. Allora tenti altre carte.
Per esempio gli racconti dell’esperimento del semaforo. Quello in cui dei ricercatori sono saliti in macchina e hanno cronometrato quanto tempo trascorre tra l’apparizione del verde ed il suono del clacson della macchina retrostante. Ovviamente l’esperimento richiede che la macchina dei ricercatori non parta fino al suono del clacson. Questo esperimento ha dimostrato in maniera netta che il tempo di attesa è molto alto quando la macchina che abbiamo davanti è una macchina di lusso, e molto basso quando è una utilitaria. Lo stesso comportamento dunque viene tollerato in maniera diversa a seconda della macchina che si guida. Da li alla cartaccia di cui si parlava il salto sarebbe breve.
Ma potresti anche prenderla più larga e raccontargli che il pregiudizio è come quando prima di partire per un viaggio ci siamo fatti un’idea del posto che andremo a visitare. E l’idea ce la possiamo essere fatta in tanti modi. I film, i libri, i racconti degli amici. Poi però arriviamo sul posto e lo possiamo vedere con i nostri occhi. È come ce lo eravamo immaginato? È come ce lo avevano raccontato? Forse si. Forse no. Il fatto è che siamo noi che decidiamo se vedere e accettare le differenze con l’idea che avevamo prima di partire. Può succedere che dalla constatazione che il luogo che siamo andati a visitare sia diverso da come ce lo eravamo immaginato si passi ad un giudizio negativo. Non era come pensavo, allora è brutto. Oppure può anche succedere che siamo talmente legati a quell’immagine che ci eravamo fatti che le differenze non le vediamo nemmeno. Tutto ciò che non corrisponde al quadro di partenza non viene neppure considerato. La famosa eccezione che “conferma” la regola. O viene minimizzato. Il posto è cosi come ci aspettavamo che fosse nonostante ci siano cose che non ci avevano raccontato. Se non ce le avevano raccontate significa che non erano importanti. L’importante è che ci sia il resto. Quello che sapevamo avremmo trovato.
Ma anche la metafora del viaggio ha scarsa presa. Le persone che abbiamo di fronte non hanno più la capacità di immaginare. Hanno quella di ricordare. Ricordano i luoghi che hanno visto, le persone che hanno incontrato. Hanno il vizio di escludere che possa esistere un mondo diverso da quello che hanno conosciuto loro, delle persone diverse da quelle che hanno incontrato durante la loro vita.
E tutti i luoghi che hanno visto e le persone che hanno incontrato non hanno fatto altro che confermare pregiudizi e stereotipi costruiti in anni e anni di vita. La fregatura del pregiudizio infatti è che l’esperienza e la conoscenza lo possono rafforzare.
È il differente atteggiamento con cui si fa esperienza o si conosce che può aiutare a superare stereotipi e pregiudizi. Anzi. Si fa davvero esperienza e si conosce realmente qualcosa o qualcuno quando riusciamo a mettere per un momento da parte tutto quello che sappiamo già e lasciamo che luoghi e persone riempiano lo spazio che gli abbiamo fatto con tutta la loro complessità e le sfumature che non saremmo stati capaci di incasellare nelle categorie che volenti o nolenti abbiamo imparato ad usare per interpretare il mondo.
È per questo che a volte è frustrante anche spiegarlo ai bambini. Perché i bambini queste cose le capiscono. Possono essere crudeli quanto volete. Ma sono ancora capaci di cambiare idea di fronte a qualcosa o qualcuno di nuovo o di diverso. Il problema è che poi tornano a casa. Dai genitori e dai nonni e dalla tv. E le due ore che hanno passato a riflettere su queste cose saranno sommerse dalla valanga di luoghi comuni che gli adulti sono capaci di riversagli addosso in cinque minuti.