aprile 30th, 2011

Ci sono persone che sono davvero convinte di pregare un dio quando la domenica si ritrovano per la messa e io non cercherò di convincerle che non è vero, sarebbe inutile, vorrei solo far presente che ce ne sono altre che hanno teorizzato che in realtà i riti religiosi sarebbero una celebrazione della società. Gli uomini si sarebbero riuniti fin dall’antichità per festeggiare il miracolo della convivenza (più o meno) civile. Sarà capitato anche a voi di fronte fenomeni umani come un vecchietto di 74 anni che racconta barzellette oscene che fa il Presidente del Consiglio di un paese di 60 milioni di abitanti di chiedervi come sia possibile che il mondo possa andare avanti. Spesso me lo chiedo per molto meno, per esempio osservando che soggetti incapaci di fare una semplice ordinazione al bar hanno una vita professionale soddisfacente e una famiglia.
Che siate credenti o meno il succo è che gli uomini da sempre si sono riuniti per festeggiare il fatto straordinario di continuare ad esistere, che per questo ringraziassero un dio o no è un altro discorso. E se è vero che c’era chi mentre si festeggiava doveva badare a che tutti avessero da bere e da mangiare o che vi fosse la musica per ballare è anche vero che comunque il tutto era indirizzato allo scopo di festeggiare. Non era solo il desiderio di stare un giorno senza fare niente, anche perché in realtà forse nei giorni di festa c’era più da fare che negli altri.
Eppure è chiaro a tutti. Quando andate a messa la domenica mattina alle 11 mica ci andate solo per pregare. Si stringono mani, si scambiano parole, si parla delle mezze stagioni che non ci sono più o dell’ultima cazzata del sindaco in questione. In una parola ci si ritrova. Per ritrovarsi è importante che quel giorno a quell’ora la maggior parte delle persone non siano impegnate in qualche altra cosa, soprattutto in quel tipo di cose da cui non ci si può liberare facilmente, tipo il lavoro.
La messa è un esempio, a me interessa l’aspetto laico della faccenda, ma è un esempio importante perché volenti o nolenti il calendario ha origini religiose e la stessa vita in comunità è fatta risalire da alcuni sociologi alla distinzione tra sacro e profano, bene e male, giusto o sbagliato. Il calendario non fa altro che distinguere i giorni in lavorativi e festivi e organizza la vita di una comunità intorno al ricorrere di date simbolicamente importanti. Nel corso della storia alle ricorrenze religiose se ne sono aggiunte ovviamente altre. Chi oggi descrive come un reperto archeologico tutti quelli che sottolineano l’importanza simbolica di una festa (come quella del primo maggio) lo fa sapendo che senza quei simboli la società nella quale vive non sarebbe possibile, quindi vi prende per il culo.
Eppure quante volte vi sarà capitato di sentir parlare di un’epoca d’oro nel quale si era tutti solidali contrapposta all’oggi dominato dall’individualismo? Credete che sia solo perché la solidarietà aveva una data di scadenza?
Come può l’operaio che lavora in fabbrica essere solidale con la commessa se la vede solo la domenica quando va a passare il suo giorno libero nel centro commerciale? Come fa la commessa ad essere solidale con l’operaio che protesta contro le condizioni di lavoro impostegli dall’amministratore delegato col maglioncino se non ci ha mai scambiato una parola insieme? E come fanno un operaio e una commessa (o un’operaia e una commessa) a scambiare una parola insieme se quando fa festa uno lavora l’altra e viceversa? Ecco moltiplichiamo questa separazione per qualche centinaio o migliaio di professioni diverse. Moltiplichiamole ancora per qualche centinaio di situazioni contrattuali e salariali diverse. Il risultato saranno tanti piccoli micromondi incapaci di comunicare e l’impossibilità per gli abitanti di questi micromondi di mettersi ognuno nei panni dell’altro. Non a causa di un qualche virus dell’individualismo nell’aria, ma semplicemente perché mancano spazi e soprattutto tempi di condivisione, esattamente quei tempi nei quali non si può trovare neanche un carretto di panini aperto o una catena di montaggio in funzione.
Quelli che vogliono farvi credere che sia finito il tempo nel quale le città si fermavano vogliono vendervi un’idea. Il che è legittimo, ma lo è fintanto che non cercano di spacciarvela come l’unica possibile e fintanto che vi lasciano la libertà di contestare i sindaci (parlo al plurale sennò Renzi pensa che si parli solo di lui) che decidono di tenere aperti i negozi in determinate date piuttosto che in altre.
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giugno 7th, 2010
Nel giardino della scuola elementare dove andavo da piccolo c’era un albero con il tronco cavo. Durante la ricreazione era usato come palo di un improvvisato campo di calcio, ma aveva anche un’altra funzione. Al suo interno vi erano nascoste delle riviste pornografiche. Posso quindi dire con certezza che nel paesino dove abitavo, tre bambini su tre, sotto i dieci anni, avessero avuto accesso a materiale pornografico, anche se non online.
Questi invece sono rimasti sorpresi dalla scoperta che un bambino su tre, sotto i dieci anni, abbia già visto della pornografia online. È piuttosto verosimile che gli altri due bambini su tre siano troppo timidi per confessarlo. O non abbiano accesso a un pc.
Quando non c’era la rete c’erano i giornaletti porno dei fratelli maggiori, le videocassette rubate a genitori disattenti, le miniere a cielo aperto come quella nel giardino della mia scuola. Oggi c’è internet e come al solito di fronte ad un sondaggio come quello pubblicato dal Dailymail la domanda che nasce spontanea è: come fare a eliminare il porno dalla rete?
Ovviamente non è la domanda più sensata da farsi. Essendo abbastanza scontato che la maggior parte delle persone venga a conoscenza di cos’è il sesso prima di farlo, non sarebbe il caso di pensare a come fare perché invece che attraverso il porno questa scoperta possa avvenire attraverso altri canali e altre rappresentazioni?
Nell’articolo si lamentano gli “evidenti” effetti negativi che la pornografia avrebbe sulla società e sugli individui anche se poi si omette di citarne almeno uno e ci si limita a sottolineare la differenza tra i rapporti sessuali e affettivi come dovrebbero essere e come sono invece rappresentati nel porno, dando per automatica la successiva adesione della realtà alla finzione. Se qualcuno non ci salverà dal porno ovviamente.
D’altra parte non è che al di fuori della pornografia le relazioni tra uomini e donne siano rappresentate in maniera meno grottesca e può anche essere che una rappresentazione deforme della realtà contribuisca a deformare la realtà stessa, ma non è così automatico. Il porno è solo una delle tante “informazioni” in mezzo ad un oceano di immagini e parole. Si impara attraverso tante altre cose.
Si torna dunque al quesito precedente. Non sarà forse il caso di mettere a disposizione dei minori (e non solo) strumenti che li rendano in grado di interpretare la realtà e le rappresentazioni che di essa se ne fanno in modo che possano contestualizzare le informazioni che ricevono? In altre parole, non sarà forse il caso che qualcuno gli insegni che cos’è il sesso e che cos’è l’amore prima che lo imparino da Rocco Siffredi e da Maria De Filippi?
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aprile 18th, 2010
Il rischio di certe ricerche è sempre quello che abbiano l’effetto contrario a quello dichiarato. Soprattutto se divulgate ad un pubblico per il quale non sono state pensate. Quello dei non specialisti.
L’
articolo che ho pubblicato ieri su Giornalettismo, riportava i dati di uno studio sulle violenze domestiche, affermando che la maggior parte delle donne non abbandona una relazione con un partner che abusa di loro, perché riescono a vedere nel loro uomo ancora aspetti positivi. Lo scopo era quello di stilare dei profili degli uomini che abusano di loro. Ma quello che colpisce l’immaginario collettivo è che queste donne continuino a vedere il loro aguzzino come una persona affidabile e premurosa. Perché uno si chiede: com’è possibile?
La reazione istintiva è quella di pensare che sono delle cretine che se lo meritano. La situazione in realtà sarebbe un po’ più complessa. Purtroppo superata una certa età smettiamo col gioco dei perché ed invece di domandare e domandarsi cominciamo a giudicare. Eppure basterebbe chiedersi il perché di quel giudizio positivo, invece di colpevolizzare le vittime. Si scoprirebbe che quei giudizi sono il frutto degli abusi subiti.
I meccanismi che concorrono a rafforzare il legame tra la donna abusata e l’uomo che ne abusa includono la strategia messa in atto dall’uomo per isolare la donna. La “gelosia” è uno di questi meccanismi. Inizia spesso con piccole limitazioni alle frequentazioni della partner, la lettura dei messaggi ricevuti sul cellulare o nell’email, le sue spese, negargli di avere un conto corrente proprio, per arrivare al controllo completo della sua vita. Fino a che la donna “impara” a limitarsi da sola per non andare incontro alle reazioni del partner.
L’alternanza tra brutalità e affetto è un’altra di queste strategie ed è legata all’erotizzazione della sottomissione e della violenza che stimolano sessualmente l’abusatore, tanto che spesso gli abusi sessuali accompagnano o concludono una lite domestica. Tutti sappiamo cosa vuol dire fare l’amore dopo aver litigato. Non tutti sanno cosa vuol dire essere costretti a farlo. Non tutti stanno con una persona che cerca il litigio proprio per eccitarsi e poi fare sesso. Non tutti sanno cosa vuol dire avere a disposizione solo il proprio corpo da dare in pasto al proprio uomo per ottenere la “pace”.
Tutti questi meccanismi servono per spezzare la resistenza della donna e la sua autostima, ma soprattutto a farle interiorizzare l’immagine che l’uomo a di lei. Sentirsi ripetere ogni giorno che non si è capaci di niente fa si che poi ci si creda. Chi abusa della propria partner riesce a manipolarne il pensiero. Chi è abusata finisce col pensare che ha ragione lui, che c’è un motivo per quello che fa, che se la picchia è perché se lo è meritato. Vi ricordate quel detto “quando torni a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché la stai picchiando, ma lei si”? La donna finirà col trovare una spiegazione alla violenza subita perché è una cosa che tutti facciamo. Cercare delle spiegazioni. E visto che la sua autostima sarà già stata distrutta finirà col trovare la spiegazione in qualcosa che può aver sbagliato lei.
Questa dinamica è un processo a tappe basato sulla differenza di potere tra la donna e l’uomo, e si evolve dopo un periodo più o meno lungo nel quale la violenza è spesso preceduta da varie forme di comportamenti oppressivi. In inglese si chiamano “
controlling behaviors”. È in questo modo che diventa sempre più difficile per una donna interrompere autonomamente la relazione problematica senza un intervento esterno.
La difficoltà di uscire da una relazione del genere, oltre al ruolo del maschio, sta anche nella dipendenza economica delle donne dal proprio uomo e nella loro difficoltà a rendersi autonome finanziariamente. Il che chiama in causa le disparità economiche e sociali presenti nel contesto nel quale queste coppie vivono. Gioca il suo ruolo anche il fatto che le donne in questione sono consapevoli che spesso denunciare gli abusi subiti dal proprio partner può condurre ad un giudizio negativo su loro stesse invece che sul proprio partner.
“Gli altri penseranno che sono una cretina che se lo merita. Forse hanno ragione”.
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aprile 16th, 2010
A proposito degli scandali che stanno coinvolgendo la Chiesa cattolica qualcuno ha parlato di panico morale. Anzi, a sproposito.
La pedofilia è senza dubbio un esempio di fenomeno che si presta, e si è prestato, alla creazione di panico morale. Il caso delle molestie sui bambini da parte di alcuni membri della Chiesa cattolica è però un po’ diverso.
Prima di tutto perché la Chiesa cattolica è uno dei principali imprenditori morali capaci di scatenare il fenomeno di cui si dice essere vittima. Il panico morale appunto, alla cui base c’è una esagerazione della pericolosità del problema in questione ed una amplificazione della sua rilevanza statistica all’interno di un gruppo, in modo da favorire l’identificazione del gruppo stesso con un pericolo per la società.
E qui veniamo agli altri motivi per cui il panico morale c’entra poco.
L’impatto della questione sui media non è dovuto all’identificazione di tutto il clero o di tutti i cattolici con il fenomeno della pedofilia e quindi all’esagerazione della pericolosità di un gruppo e della presenza statistica del problema al suo interno.
L’enorme eco ricevuta deriva dal coinvolgimento del Papa, il massimo rappresentante della Chiesa. Che, oltretutto, non è un gruppo informale o fittizio, creato sulla base di una presunta comunione di caratteristiche dagli imprenditori morali stessi, come potrebbero esserlo invece i giovani o gli immigrati, i soggetti più frequenti delle ondate di panico morale. La Chiesa non è un gruppo creato ad arte e nemmeno un gruppo informale. La Chiesa è un’istituzione ed i membri che ne fanno parte fanno parte di una gerarchia di poteri.
È proprio in questa gerarchia di poteri che sta il problema. E nella presenza di un vero e proprio codice di regole, il diritto ecclesiastico, quasi del tutto indipendente da quello delle società in cui è presente. Coloro che occupano i gradi più alti di questa gerarchia sono responsabili delle azioni commesse da chi invece occupa quelli più bassi. Per questo la protezione ed il silenzio. Quando monsignor Rembert Weakland viene a sapere degli abusi sui bambini sordomuti da parte di Lawrence Murphy non lo denuncia alle autorità statali. Ne chiede la riduzione allo stato laicale alla Congregazione per la Dottrina della Fede. I panni sporchi si lavano in casa. Ed in silenzio.
È questo sistema che fa finire sotto accusa tutta la chiesa. La questione della rilevanza statistica degli abusi sui minori è stata tirata in ballo dalla Chiesa stessa per dimostrare la pericolosità di un altro “gruppo” di persone, gli omosessuali. Dimostrando chi è davvero l’imprenditore morale. Quello che definisce cos’è bene e cosa è male. Chi è buono e chi è cattivo.
La differenza con gli episodi di abusi sui minori che avvengono ad opera di padri, madri, zii, insegnanti e allenatori è proprio che questi non fanno parte di un sistema di potere in grado di separarli dal resto della società, imporre il silenzio e giudicarli tramite leggi che non sono quelle che valgono per tutti.
L’unica analogia la si può trovare con il comportamento delle forze dell’ordine e dell’esercito di fronte ad episodi di abusi di potere commessi dai propri membri. La negazione di fronte alla società civile, la protezione dell’individuo sotto accusa con la quale si pensa di proteggere tutto il corpo e la risoluzione interna del problema, con trasferimenti o altri provvedimenti.
L’altra analogia è quella con Cosa Nostra. La mafia siciliana. Non a caso organizzata gerarchicamente, a differenza delle altre mafie, organizzate orizzontalmente in cellule o clan.
E qui sta anche il motivo della differente rilevanza assunta da casi di abusi di minori avvenuti per mano di membri di altre confessioni religiose. Quegli episodi chiamano in causa solamente i responsabili diretti o, al massimo, le gerarchie locali. Per questo non diventano oggetto di una discussione che coinvolge il mondo intero.
Il panico morale non c’entra niente.
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aprile 14th, 2010
Da una parte sono contento che il Cardinal Tarcisio Bertone abbia cominciato a
consultare dei sociologi. Potrebbe venire a conoscenza del fatto che, secondo alcuni autorevoli esponenti della disciplina, la religione non sarebbe altro che la trasfigurazione della società in una entità soprannaturale. Secondo Durkheim, il padre della sociologia e autore di “Le forme elementari della vita religiosa”, quella che si celebra nelle religioni non è una presenza divina, ma la società stessa.“Attraverso la religione la società celebra, adora e riproduce se stessa. “La religione lungi dall’ignorare la società reale e farne astrazione, ne è quindi l’immagine riflessa, ne riflette tutti gli aspetti, anche i più ripugnanti”.
Quindi anche la pedofilia.
E l’essenza della religione non sta nella credenza in un Dio trascendente, ma nella divisione del mondo in fenomeni sacri e profani. Il sacro è un insieme di credenze e di riti. I riti possono essere positivi (comunione), negativi (non mangiare la carne), ed espiatori.
Nell’ultimo caso si tratta di un rito simbolico che serve a placare l’angoscia che la comunità prova per una sua presunta contaminazione e serve a scaricare l’aggressività della società su di un gruppo di emarginati scelti come simbolo del male e di ogni sventura possibile ed immaginabile.
La Chiesa cattolica ha da tempo scelto gli omosessuali come fonte di ogni male, dalla disgregazione della famiglia alla piaga della pedofilia. Oggi, come ben descrive
Malvino, anche come causa della contaminazione della chiesa stessa.
"Tra Dio e società bisogna scegliere" diceva il buon vecchio Durkheim.
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